Japan – Gentlemen take Polaroids

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“Gentleman take polaroids” del 1980 fu uno dei più noti album degli inglesi Japan, forse i migliori esponenti del movimento neo romantico fra fine anni ’70 e i primi ’80. Un’immagine sofisticata e dandy figlia di David Bowie e dei Roxy Music, le reminescenze musicali ora post-punk ora glam, la voce di David Sylvian spesso ispirata a quella di Brian Ferry… eppure tanta classe e soprattutto tantissima personalità, nonostante i grandi modelli cui attingono.
Ciò che stupisce di questo gruppo – scioltosi due anni dopo questa release – è l’incredibile varietà di suoni ed atmosfere che presenta, con molti richiami esotici a sonorità di paesi dell’estremo oriente (il monicker dopotutto non è casuale): l’album infatti si apre con una title-track tipicamente new wave , sbarazzina e gradevolissima, divenuta uno dei più noti pezzi della band. “Gentlemen take polaroids” è dominata dalla voce di Sylvian – forse il miglior “dandy” dell’intera new wave per immagine e bravura – e dai synths del bravo Richard Barbieri. Sette minuti di puro piacere che passano spensieratamente.
Ad aprire “Swing” ci pensa ancora Barbieri in collaborazione col basso di Mick Karm: l’influenza di sonorità della lontana Tokio sono evidenti e conferiscono al pezzo un semplice ma invidiabile tocco esotico. In “Burning bridges” troviamo ancora atmosfere esotiche grazie a synths puramente ambient che conferiscono anche un tocco noir al pezzo assieme al sassofono di Mick e al parlato conclusivo di David: davvero un pezzo stupendamente drammatico ed emozionante.
“The Experience of Swimming” è invece un pezzo totalmente ambient, concepito per intero nuovamente da Richard: atmosfere morbide ed eteree sembrano davvero immergerci nelle acque più limpide e profonde, cullandoci.
Davvero notevoli anche le atmosfere patinate di “My new career”, delicata e nostalgica ballata new wave con un sax da brivido, mentre “Methods of dance” è – manca a dirlo – un romantico pezzo dalle atmosfere sofisticate che apre la porta a molte produzioni anni ’80 che di tutta questa raffinatezza non avranno che le briciole e in cui la voce di Sylvian è impreziosita da esotici cori femminili, oltre che dal “solito” sax, da un giro di basso da brividi e percussioni a tratti tribaleggianti. Si lascia apprezzare anche la cover R&B dei The Miracles “Ain’t that peculiar”, ma la traccia 8, “Nightporter”, è forse uno dei migliori brani mai realizzati dalla band, anche se uno dei più semplici: un pianoforte romantico che sembra evocarci un paesaggio parigino o viennese che con campionamenti quasi impercettibili consente a David Sylvian di regalarci una delle sue migliori prestazioni di sempre col suo primo gruppo, è semplicemente una perla da ascoltare almeno una volta nella vita. “The width of a room” è un pezzo sperimentale con soluzioni di kraftwerkiana memoria: giustamente questi guru dell’elettronica non potevano mancare nel bagaglio dei Japan, e anche “Taking Islands to Africa” è una traccia che possiamo definire sperimentale ma allo stesso tempo gradevolmente orecchiabile in cui troviamo un ulteriore motivo d’interesse: essa è infatti la prima collaborazione fra David Sylvian e il “maestro” Ryuichi Sakamoto, uno dei musicisti dell’estremo oriente più noti nel vecchio continente, un rapporto che negli anni a venire ci regalerà produzioni dal contenuto artistico semplicemente superbo.
È davvero un peccato che i Japan si siano sciolti – per rancori sentimentali all’interno del gruppo – due anni dopo quest’album,:c’è da scommettere che questi ragazzi avrebbero potuto fare tante altre grandi cose assieme, dando magari una lezione a tanti insulsi gruppi new wave affermatisi dopo di loro, capaci solo di amplificare in negativo la loro classe e immagine, soffocando entro vani stereotipi le potenzialità di un movimento che avrebbe potuto dire di più.
“Gentleman take Polaroids” è una dimostrazione pratica di classe e ingegno cui nessuno in quell’epoca è riuscito ad arrivare, salvo episodi molto sporadici come gli Ultravox. Questo magistrale album è un must assoluto per tutti gli appassionati di elettronica, del glam rock e, perché no, del sound degli Eighties. Cercando anche di ricordarci, o di scoprire quanto sono stati capaci di fare i geniali David Sylvian e Richard Barbieri in seguito, il primo da solista e il secondo collaborando ancora col vecchio amico e attualmente coi mitici Porcupine Tree.