Tiamat – Prey

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Devo dire la verità: per il sottoscritto l’ultimo album dei Tiamat intitolato “Judas Christ” fu una tremenda delusione che non lasciava più alcuna speranza. La band aveva praticamente ripreso il progetto parallelo del leader Johan Edlund, il semplice ma tutto sommato gradevole gothic rock di “Lucyfire”, dando vita a un album pieno di tutti i peggiori clichées del genere, mettendosi a seguire tutti gli stereotipi più attuali del genere vedi soprattutto i finnici The 69 Eyes. Una band spersonalizzata e amorfa, ecco qual era l’impressione datami dagli ultimi Tiamat.
“Prey” grazie al cielo non ha nulla di tutto questo. Non ci sono stati passi indietro né tentativi di riproporre quella scomodissima pietra miliare intitolata “Wildhoney” – a parte certe pregevoli che faranno felici i fan di vecchia data – ma più semplicemente i nostri hanno proseguito lungo la loro strada mostrando di non aver bisogno di imitare altri. L’unica concessione la fanno nei confronti di sé stessi, con richiami al loro passato – escluso il periodo doom/death metal – che faranno la felicità dei loro fan, soprattutto per la mancanza di ruffianeria.
Le atmosfere iniziali della opening track “Cain” ricordano molto i vecchi capolavori ma il pezzo sfuma poi in un pregevolissimo gothic rock in cui la miglior sorpresa è già la voce di Johan, più personale rispetto a “Judas Christ” e ricca di sfumature nei confronti dei vecchi album. Atmosfere oniriche congiunte a goth rock di ottima fattura, l’album si muove in questa direzione. “Ten thousand tentacles” è un intermezzo strumentale vagamente ambient-psichedelico che è forse l’omaggio più evidente a “Wildhoney” che apre per un pezzo rock romantico che sembra in parte tratto dai migliori momenti di “A deeper kind of slumber”.
Il goth rock di “Love in chains” con la baritonale ed efficacissima voce di Johan potrebbe divenire eventualmente il secondo single tratto da questo “Prey”, oscuro e coinvolgente ha tutti i requisiti per piacere al pubblico. Un dolce pianoforte introduce “Divided”, delicatissima ballad romantica in cui Johan duetta con un’ottima voce femminile, sicuramente la migliore che i Tiamat abbiano composto dal ’97 a oggi.
“Carry your cross and I’ll carry mine” ripropone il duetto in chiave più rock, con la voce maschile in secondo piano, una canzone seducente e con un non so ché di erotico secondo le parole della stessa band e non posso che dar loro ragione, nonostante sia il pezzo sicuramente meno personale dell’album (il richiamo alla band di Jyrky è fortissimo). Dopo l’intermezzo “Triple Cross” giungiamo ad un altro potenziale single con la dinamica e trascinante “Light in extension”, mentre l’onirica title track manda letteralmente in trance l’ascoltatore coi suoi riferimenti pinkfloydiani. Un altro valido intermezzo, “The garden of heathen”, e l’album continua con “Clovenhoof”, forse il pezzo meno riuscito dell’intero album; interessantissima “Nihil” coi suoi lunghi momenti strumentali (bravissimo Petterson alle chitarre).
La sinistra “The pentagram” conclude “Prey” mostrandoci come ancora il gruppo sia in grado di proporre momenti veramente inquietanti anche senza fare più doom e utilizzando atmosfere vagamente psichedeliche e anni ’70, specie nell’assolo di chitarra di puro stampo Gilmouriano. Davvero ottimo, forse non sarà un capolavoro ma ci sono delle premesse per averne presto uno in un futuro abbastanza breve perché l’intera band è cresciuta parecchio in questi ultimi tempi.
In definitiva non si può che essere davvero soddisfatti dell’ottave releasa in studio della band svedese: dopo un pessimo passo falso “Prey” ci restituisce una band in ottimo stato, nuovamente su alti livelli e in grado di comporre un album che presenta molti spunti positivi e in cui è ben difficile riuscire a trovare un difetto.
Un album che mi sento di consigliare a tutti i fan dei Tiamat vecchi e nuovi, che troveranno diversi motivi d’interesse e una band che ha ritrovato sé stessa, senza doversi ridurre a copiare altra gente che in fondo deve qualcosa anche a loro.
Solo non fate l’errore di cercare un nuovo “Wildhoney”, sarebbe ingiusto e questo atteggiamento da parte di molti non aiuta certo i Tiamt (e le altre band che vivono situazioni simili) a crescere o ad esprimere il proprio talento al meglio.