Talking Heads – Remain in light

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Se dovessi trovare una definizione per la bizzarria in campo musicale, mi sarebbe sufficiente tirar fuori il nome dei Talking Heads: i loro testi e le loro musiche così surreali mi lasciano ogni volta di stucco facendomi sorgere il dubbio se si stiano prendendo gioco di me, povero ascoltatore, o se siano semplicemente dei geni. Forse la verità sta nel mezzo, chissà.
Un album strano questo di cui sto per parlare, in tutti i sensi: molti di voi sapranno che “Once in a lifetime” è uno dei pezzi più amati della band, ma il successo arrise a questo single… quattro anni dopo, in versione live dal film “Stop making sense”! Quarta fatica del gruppo newyorkese, “Remain in light” è uno dei migliori connubi fra sperimentalismo e orecchiabilità che mi siano mai capitati sottomano: il gruppo dell’eclettico David Byrne ha concepito con esso forse il suo miglior lavoro, grazie anche a una preparazione meticolosa. I Talking Heads prima di entrare in studio registrano diverso materiale, componendolo e ricomponendolo ottenendo sonorità in parte inedite e in parte ispirate a ritmi esotici, con una sessione ritmica ispirata alle musiche del continente nero. Il tutto sotto il vigile controllo del guru Brian Eno (che produce, suona il basso e i synths), qui alla seconda e ultima collaborazione coi Talking Heads per contrasti con Byrne – pare proprio che fossero i classici “due galli nel pollaio” – e con l’aiuto di importanti ospiti fra cui spicca il nome di Adrian Belew.
È “Born under punches” ad aprire l’album nel modo più stucchevole possibile: sonorità funky unite a percussioni tribaleggianti e a cori che sembrano volerci ipnotizzare. Ciò che risulta da questo insieme è difficile da descrivere: molti hanno usato l’immagine della giungla per descrivere questo brano e non posso che trovarmi d’accordo ma forse, più che le descrizioni a freddo, per i Talking Heads conta l’effetto sull’ascoltatore e i ritmi vagamente inquietanti del pezzo in questione sembrano proprio voler rapire l’ascoltatore e… catapultarlo nel pezzo successivo.
In “Crossoved and painless” il ritmo sale grazie a riff azzeccatissimi e al basso di Eno, magnificamente “groovy”: sembra quasi di cogliere dei riferimenti ai primi Roxy Music, con Byrne che a tratti imita Ferry; è la disco del futuro, forse. Il risultato è un pezzo davvero coinvolgente, con un ritmo davanti al quale è impossibile stare fermi. Non c’è niente da fare, l’ipnosi è già totale e ci manipolano come marionette, e il ritmo con “The great curve” sale ancora, grazie a percussioni e cori splendidamente tribali. È tutto quest’album: elettronica, funky, punk… tutto! E l’ascoltatore è in trance. La famosa “Once in a lifetime” e ci concede un breve momento di pausa: una song ironica dal testo fino alle allegre musiche, in netto contrasto col sarcasmo delle prime, che comunque la fanno risultare l’unica traccia prettamente orecchiabile dell’intero album.
Lo stato di trance torna ancora più prepotente con “House in motion”, song solo apparentemente tranquilla e soffusa, in cui i ritmi stanno in sottofondo come a volerci stregare subdolamente protraendo l’incanto in “Seen and not seen”, che sembra più un rituale che una canzone, con David Byrne nel ruolo del magnifico santone.
Ma il meglio il nostro singer lo dà in “Listening wind”, una sorta di ballata etno-ambient in cui egli dà sfoggio di tutta l’intensità interpretativa di cui è capace, portando l’incanto a compimento grazie a atmosfere di paesi lontani e ad attimi di autentica poesia. Sublime.
E sonorità ambient misticheggianti che ora ricordano i Joy Division (con Byrne emulo di Ian Curtis) e ora anticipano i Dead can Dance chiudono in maniera assai lugubre questo incredibile viaggio.
Questo “Remain in light” è secondo chi vi parla un album storico, non nel senso che sia legato a qualche evento particolare, ma perché sono pochi gli album capaci dopo 23 anni di mantenere intatta una freschezza di suoni e un’attualità simile, riuscendo addirittura a stupire le nostre orecchie più “evolute” rispetto al lontano – ma non troppo – 1980.
Chissà, forse David, Jerry, Chris, Tina… e Brian ovviamente, avevano già capito tutto. Peccato poi sia finita, ma possiamo comunque ascoltare questa meraviglia, l’ideale per chi voglia sentire qualcosa davvero fuori dagli schemi.
Attenzione però: provoca assuefazione!