The Strokes – Room on fire

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E’ stato impossibile avvicinarsi a questo disco in maniera “neutrale”, bombardati dalle voci e dai clamori suscitati da “Is this it”(2000), esordio di questi 5 ragazzi newyorkesi che all’alba dell’anno più nero per la loro città ci aveva fatto gridare ad una metropoli artisticamente rinata ed ad un filone musicale rinvigorito dopo anni di oblio.
Room on fire è un buon disco. Purtroppo è il secondo della band. Se l’esordio fosse stato questo, sarebbero stati incensati. Ma in tre anni i nostri non si sono mossi di una virgola. Per carità, la musica è sempre molto gradevole, si digerisce subito e fa presa immediata nella memoria breve. Ma quello che sembrava geniale intuizione, empatica affiliazione con i circoli fumosi e feste alcooliche di una città in fermento, si è già trasformato in stilosità.
Room on fire ci sembra più un lato b di “Is this it”: buone canzoni, ma la stessa identica atmosfera, la stessa intenzione, lo stesso modo di affrontare strumentalmente il pezzo. Nei 33 minuti di durata complessiva delle 11 canzoni (il tempo in cui i genesis avrebbero faticato a chiudere un pezzo) si alternano momenti molto buoni come Automatic Stop, 12:51, The end has no end e I can’t win, a brani interlocutori come Reptilla o Under control, ma gli Strokes non riescono a replicare la sferzata entusiasmante che ci colpì in faccia ai tempi del loro esordio. Il disco è sicuramente suonato meglio, gli arrangiamenti sono fatti con più mestiere, ma tutto questo non fa che rafforzare la sensazione che se l’esordio fu veramente frutto di intuito, ispirazione e slancio artistico, questo disco è stato troppo studiato per replicarne il successo, clonando la produzione del primo episodio (spiegate a Casablancas o a chi gli tratta la voce che alla fine la distorsione – come si dice dalle mie parti – smucina i coglioni) esasperando l’idiosincrasia per finali decenti, e facendo nascere il dubbio che forse ci eravamo sbagliati nel vedere negli strokes i capostipiti della rinascita del rock puro e semplice dei ’60 newyorkesi. Alla fine ed alla luce del loro secondo disco, forse gli strokes saranno stati più importanti per il movimento ed i gruppi che l’onda lunga del loro successo ha portato alla ribalta, che per la musica da loro stessi prodotta.
So che non è giusto giudicare un disco solo in rapporto al suo predecessore, per cui mi permetto un consiglio: chi ha lasciato, come me, un pezzo di cuore in “Is This it” e nella sua graffiante spontanetità, si tenga lontano da questo cd che genera disillusione (oltra a vincere il premio per la peggior copertina del nuovo millennio). Chi non consce gli Strokes, o ha già comprato il presente cd, lo consideri un disco sempre valido, ma che difficilmente tra 3 mesi troveremo ancora a girare nel nostro lettore. Un buon concentrato di vintage, garage e r&r sixties, ma forse niente più. Spero che il tempo mi faccia ricredere, ma alla fine, l’invocazione con cui Julian Casablancas apre il cd rischia di avverarsi prima di quanto egli creda:
“I wanna be forgotten, I don’t wanna be reminded…”