Anathema – A Natural Disaster

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Dopo una lunga attesa, finalmente eccolo qui. “A natural disaster”, settimo full length degli Anathema, è un po’ la prova del fuoco per una band che finora ha proseguito lungo i binari di una crescita coerente e costante, spiazzando spesso e volentieri i propri fan .
Stavolta però, ad essere spiazzato è anche chi vi scrive, perché “A natural disaster” è un album che convince solo a metà, forse neanche quella a dire il vero. È un album freddo questo, glaciale a tratti, ma non è questo il problema: sembra a tratti che la band non abbia le idee ben chiare su cosa fare, su cosa esprimere, e troviamo nella maggior parte dei pezzi un Vincent Cavanagh distaccato e asettico, quasi inespressivo oserei dire. Ma è meglio scandagliare un po’ l’intero album per render chiare le idee.
I synths dell’intro dell’opener “Harmonium” farebbero quasi pensare a un ritorno degli Anathema a sonorità eteree e celestiali in stile gothic: musiche semplici, niente di trascendentale, ma l’effetto sarebbe quello giusto. Il problema è la voce di vince e gli altri in coro, sembrano non riuscire ad armonizzarsi bene con la propria musica e l’esplosione di chitarre dai riff alquanto banali a metà brano altro non fa se non supportare la noiosa, strascitata nenia propostaci all’inizio. Inutile, per quanto possa riascoltare questo brano proprio non riesco a provare quelle sensazioni cui il gruppo di Liverpool mi aveva da anni abituato. Forse vorrebbero essere asettici, forse freddi… ma è una freddezza mista a noia e a un riciclo di vecchi cliché che proprio lascia l’amaro in bocca.
Riproviamo con “Balance”: le atmosfere sono quelle dei momenti più eterei di “A fine day to exit” e la voce, quasi sussurrata a tratti, risulta essere più convincente rispetto all’overture. Però quelle chitarre proprio non riescono a convincermi… sempre, sempre lo stesso, monotono sound, che contrasta eccessivamente con la parte iniziale. Peccato.
La psichedelica “Closer” è caratterizzata da voci effettate fino a risultare davvero cibernetiche, e si rivela un gradevole esempio di space rock sognante e ipnotico che per i suoi 6 minuti e 20 riesce a rapire completamente l’ascoltatore. “Are you there?” è una malinconica ballad – già resa disponibile come sample – che aveva fatto ben sperare per l’intero album, un pezzo riuscitissimo in atmosfere, musica e lyrics che si potrà imporre come uno dei nuovi classici della band, peccato che in quest’album ce ne siano davvero pochi.
L’intermezzo “Childhood dream” col suo arpeggio e campionamenti risulta gradevole ma tutto sommato ininfluente per quanto riguarda l’intero album. Giungiamo così a “Pulled under at 2000 meters a second”: il brano dovrebbe dare un po’ di carica in più all’intero album, ma le chitarre che ripropongono motivi già sentiti in passato e un Cavanagh che vorrebbe essere graffiante ma non riesce proprio a incidere compromettono irrimediabilmente il risultato e danno un senso di “minestra riscaldata” assai sgradevole, la sensazione di deja-vù è troppo forte in questa song. La semiacustica title track “A nattural disaster” è intonata da gradevolissime female vocals e nell’insieme risulta essere uno dei migliori pezzi dell’album; ma un dubbio mi assilla e temo rimarrà insoluto: perché mai comporre un brano in puro stile Antimatter? Ok, Danny Cavanagh è stato momentaneamente nella band dell’ex Duncan Patterson che ha eseguito dal vivo diversi pezzi della sua ex band, però il dubbio rimane: mi sembra che pezzi del genere c’entrino poco con la strada intrapresa dal 2000 ad oggi.
Non convince affatto “Flying”, che ripropone davvero male le atmosfere di un capolavoro come “Judgement” risultando un passo indietro davvero maldestro. “Electricity”, brano semiacustico per chitarra e piano, ci regala vocals finalmente convincenti appieno: un brano eccezionale per delicatezza e atmosfere, pura poesia come solo loro nei momenti migliori sanno regalarci. La lunga outro strumentale “Violence”, divisa in tre momenti (intro celestiale – sfuriata di chitarre finalmente degne – outro in fading) chiude “degnamente” l’album non riuscendo a convincere interamente anch’essa, come tutto il resto.
Lo ammetto, sono molto deluso da un gruppo che prima d’ora secondo me non aveva MAI fallito e che stavolta se n’è uscito con un album che definirei quantomeno pieno di idee confuse e che purtroppo continua a darmi l’impressione di essere stato realizzato con una fretta eccessiva che ha generato pecche forse eliminabili riflettendoci sopra un po’ di più.
Un passo falso che ritengo avrebbe potuto essere evitato… non proprio un disastro, ma quasi.