Mayhem – Live in Leipzig

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Strano mondo, quello del black metal. In esso i live ufficiali sono quasi sempre qualcosa di poco significativo o insipido e i live migliori, quelli più considerati e amati dai fan sono i bootleg, le registrazioni non ufficiali, spesso grezzissime e ai limiti dell’ascoltabile.
“Live in Leipzig” dei Mayhem è il giusto compromesso fra i due poli possiamo dire. Registrato all’Eiskeller in quel di Lipsia il 26 novembre 1990, l’album fu ristampato nel 1994 per l’italiana Avantgarde, in seguito all’omicidio di Euronymous e ottenne un successo planetario a dire il vero inaspettato, tanto che l’etichetta italiana concesse licenze perfino in America per la sua produzione.
Ma com’è questo live?
Un compromesso in ogni senso: un live ufficiale registrato con una qualità discutibilissima, che però stando ai canoni del black non è essenziale nel giudizio di un’opera che in qualsiasi altro genere verrebbe sicuramente stroncata o relegata nell’ambito dei bootleg da non prendere nemmeno in considerazione.
Eppure qua non è così, è l’attitudine “true” che emerge da quest’album che suona molto più come un marcissimo death metal che come il canonico black metal che si conformerà negli anni ’90 grazie agli stessi Mayhem e ai Darkthrone (due act che hanno seguito praticamente lo stesso percorso evolutivo). A Euronymous, Dead, Necrobutcher e Hellhammer non fregava niente della qualità del suono, degli errori durante l’esecuzione… l’importante era colpire il pubblico ad ogni costo, con show stucchevoli e quanto più casino possibile. Menefreghismo totale figlio di nichilismo o di semplice imperizia? Gli appassionati diranno la prima, i critici la seconda; mediare fra i due poli è impossibile.
Principale motivo d’interesse per questo disco è la presenza di Per Yngve Ohlin – altresì noto come Dead – dietro al microfono, il carismatico e inquietante singer che l’anno seguente si sarebbe tolto la vita in maniera assai plateale. La sua voce a prescindere dalla registrazione era davvero qualcosa da far accapponar la pelle, basti sentire le disumane prestazioni in “Deathcrush”, “The Freezing Moon”, “Carnage” o “Pagan fears”, anche se in generale il livello del nostro singer rimane lo stesso in tutto l’album, mettendo decisamente in secondo piano i suoi compagni (e in alcuni casi c’è da dire proprio «per fortuna!»). Chissà, forse egli avrebbe potuto dare davvero qualcosa in più alla band dal punto di vista musicale: neppure il redivivo Maniac nel più recente “Mediolanum capta est” con una registrazione anni luce superiore – e anche con un supporto decisamente migliorato in questi anni, diciamolo – si è mai mostrato capace di raggiungere certi livelli da brivido. E invece il buon Dead, che troneggia col suo candelabro nell’ormai celebre artwork finirà solo col comparire – in quella discutibile foto col cervello spappolato che vi risparmiamo per buon gusto – nella copertina del bootleg “Dawn of the black hearts”, entrando definitivamente nella leggenda come si usa dire nel “giro”: peccato solo che ci sia riuscito più per la sua storia che per la sua musica, credo sinceramente che avrebbe avuto molto da dire, anzi, da urlare.
Non so francamente cosa potrebbe spingere un ascoltatore metal o uno qualsiasi a sentirsi almeno una volta un live che volendo essere obiettivi fa parlare di sé soprattutto per altro piuttosto che per propri meriti, che altri non sono se non quelli di presentarci la più “vera” line-up di una band che bene o male ha dato origine a un ramo importante in ambito metal, benché discutibile. Quanto a contenuto artistico… bè non parliamone neanche! È però curioso il fatto di constatare come alcuni pezzi che diverranno dei veri e propri inni black metal fossero stati registrati prima live che in studio (“De Mysteriis DOM Sathanas” risale infatti al 1994).
Già la curiosità o la passione per il genere, a seconda dello schieramento in cui vi trovate, alla fin dei conti è per uno di questi motivi che ci si può avvicinare a questo particolarissimo “Live in Leipzig”, che bene o male è da considerarsi in ogni caso un importante pezzo nella storia di quella che forse è stata l’unica, vera band maledetta degli anni ’90.