Motorpsycho – Barracuda

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Pochi mesi dopo il discusso “Let them eat cake”, nel 1999 i Motorpsycho diedero alle stampe per la gioia dei propri fan un EP, anzi, un mini album di pregevolissima fattura intitolato “Barracuda”, sette brani in cui il combo di Trondheim è stato capace di tirar fuori un semplice ma efficacissimo rock figlio dell’America dei gloriosi anni ’70 e ammiccante in brevi tratti alla psichedelia di gruppi come gli Spirit e ai guru prefetiti della band, i Led Zeppelin.
Già “Heartbreaker” (voluto omaggio agli Zepp?) è indicativo di quanto troveremo in quest’album: il miglior hard rock in vecchio stile, trascinante e divertente, ma soprattutto spontaneo, è difficile credere che quest’album sia solo del 1999. Ottima la chitarra di Snah, che sfornerà ottimi riff in tutto l’album e il basso di Bent.
Su “Up ‘gainst the wall (high time)” c’è poco da dire: è un pezzo ascoltando il quale è impossibile non saltare davvero contro il muro appena attacca il ritornello, semplicemente micidiale! “Star star star” colpisce per la sua chitarra southern e per la voce di Bent che sembra ispirarsi al Mick Jagger dei tempi d’oro: sax e trombe sono il tocco di classe che rendono il pezzo spettacolare, uno dei migliori in assoluto che la band abbia realizzato nella sua ormai lunga carriera.
La velocità e le muscle car erano un simbolo classico nei seventies e i Motorpsycho, oltre alla riproduzione di una Pontiac (credo) all’interno del CD, omaggiano anche questo mito con l’adrenalinica “Vanishing point”, accompagnata dal rumore campionato di uno di questi bolidi… che alla fine si schianta.
Altro simbolo direttamente tratto dall’iconografia americana è il serpente a sonagli, e infatti ecco che troviamo l’ottima “Rattlesnake”, un breve (2:25) pezzo puramente stoner che contiene le sonorità più pesanti dell’album. Riuscitissimi anche i due pezzi finali, i più lunghi dell’album con una durata singola di 7 minuti e oltre: “Dr. Hoffmann’s bicycle” si abbandona in lunghe cavalcate strumentali che ricordano il capolavoro “Trust us”, mentre “Glow”, la più lunga, si basa su un sound acido e distorto ispirato dalla psichedelia made in USA.
Insomma, nonostante sia materiale registrato in varie sessioni di registrazione fra un disco e l’altro (il già citato “Let them eat cake” e i due “Roadworks”), “Barracuda” è un mini album che si lascia parecchio apprezzare per la varietà e la brillantezza dei pezzi contenuti – tutti ottimi – un perfetto connubio di qualità e quantità che lo fa spiccare rispetto ai tanti EP del gruppo, non sempre all’altezza degli album e in ogni caso oggetti di culto per i fan più sfegatati della band.
“Barracuda” non può certo mancare a costoro, ma è una release ingiustamente passata in secondo piano per il suo status di EP che ci sentiamo di consigliare sia ai fan della band, che sicuramente gradiranno, sia a chi fosse più semplicemente in cerca di un “gran bel disco rock”, sanguigno e d’impatto.
E riprendendo una frase dell’artwork… taste the ‘cuda power!