Es war einmal in Berlin… David Bowie pt.1

INTRODUZIONE
Quando si parla di grandi artisti è ben difficile poter scindere
vita e opere, poiché quasi sempre è proprio dalle loro
esperienze che essi traggono ispirazione per plasmare i propri capolavori.
Tutto ciò è semplicemente impossibile se l’artista
in questione si chiama David Bowie.
Negli anni ’70 il grande artista inglese ha vissuto un periodo
artistico semplicemente irripetibile: nella prima metà ha stupito,
incantato e commosso il pubblico incarnando quell’incredibile
alieno chiamato Ziggy Stardust, un personaggio – ma sarà
giusto chiamarlo così? – semplicemente inimitabile che
ha segnato la storia del rock e fatto sognare milioni di fans. Una serie
di circostanze personali portarono tuttavia alla morte di Ziggy: nacque
così il “Thin White Duke” con l’album
“Station to Station”, durante un periodo di profonda
crisi personale da cui scaturì quello che artisticamente parlando
è ritenuto il miglior periodo di David Bowie: quello del soggiorno
a Berlino Est, una città che, pur vivendo una situazione estremamente
difficile, si rivelò l’ambiente ideale per l’ideazione
di tre capolavori assoluti non solo della sua carriera, ma dell’intera
storia della musica, ovvero “Low”,
“Heroes” e “Lodger”.
Nel 1976 tutto cambiò radicalmente nella vita di Bowie: un matrimonio
in crisi, lo spostamento dagli USA alla Germania Est, il cambiamento
di look, dall’alieno glam a un’immagine più sobria
e minimale, quasi asettica; e ovviamente la musica, che dai lustrini
– anche per via dell’uragano chiamato Punk – si sposta
verso territori “pop avantgarde” grazie al prezioso aiuto
di collaboratori come Brian Eno, Tony Visconti e Robert Fripp, sonorità
e scelte inizialmente un po’ stucchevoli per i vecchi fan; ma
alla fine a vincere fu l’arte. «Ero
stufo di fare il ‘pagliaccio’ negli USA, avevo bisogno di un nuovo linguaggio
per la mia nuova vita»
, così disse riferendosi
a tutti questi cambiamenti: a prima vista una doccia fredda per tutti
coloro che hanno amato Ziggy Stardust, ma d’altro canto bisogna
capire che il talento di un artista così eclettico non può
essere compresso in un soffocante ciclo di ripetizioni.
Basti pensare al numero di progetti realizzati e/o curati da David fra
il 1976 al 1979 per farsi un’idea precisa: i tre album della trilogia
più il “prologo” “Station to Station”,
il live “Stage”, l’album “Peter
and the Wolf”
in cui accompagna l’omonima opera di
Prokofiev, la produzione del debut solista di Iggy Pop “The
Idiot”
e l’ottima interpretazione nel film “The
Man who fell on Earth”
… è come se in quegli
anni il suo genio creativo fosse letteralmente esploso, maturato definitivamente
al punto di regalare ai suoi tanti ammiratori un gran numero di performance
di livello magistrale. Berlino Est come culla ideale di tanti capolavori,
un amore sbocciato al primo incontro, durante le tappe del tour del
1976 e l’incontro lì avvenuto con Eno; una situazione quasi
paradossale, alla luce del regime dittatoriale di quegli anni, eppure
i tributi alla città e alla sua coraggiosa gente saranno molteplici
(soprattutto in “Heroes”).
In questo special ci occuperemo quindi di questo periodo, cercando di
essere quanto più completi possibile, dai fatti che portarono
alla nascita del Duca a quelli che alla fine lo condussero a Berlino
Est, accompagnato dai suoi fidatissimi collaboratori, cercando di offrirvi
allo stesso tempo una breve panoramica della pesante aria che si respirava
nella capitale tedesca in quegli anni di regime.

GLI
ANNI ’70 PRIMA DI BERLINO

Nei primi anni ’70 assistiamo al trionfale sbarco di David Bowie negli
U.S.A.: il nostro, pur godendo di ottimi riscontri non era ancora riuscito
a sfondare come avrebbe voluto, vuoi perché non ancora conforme
ai gusti d’oltreoceano, vuoi per la forte censura nei confronti del
suo stile di vita soprattutto sessuale; celebre al riguardo è
una sua dichiarazione dopo il matrimonio del 20 marzo 1970 con Angela
Barnett: «Ho conosciuto Angie perché
stavamo con lo stesso ragazzo»
. In quel periodo, grazie
anche alla collaborazione col chitarrista Mick Ronson, il sound dell’arrtista
britannico veleggia verso lidi puramente rock e inizia anche l’opera
di cura maniacale di figura e look.
Nel 1971 sarà proprio la censura ad aiutare Bowie a sfondare
negli States: il suo nuovo LP “The Man Who Sold The World”,
la cui copertina lo ritrae in abiti femminili in una posa decadente
e assai ambigua, viene censurato. Ma la stampa non fa altro che parlare
di lui, accogliendo l’album assai bene. Un periodo intenso quindi: nuovo
contratto con la RCA, la nascita del figlio Duncan Zowie (!) Jones il
28 maggio 1971 (cui dedica la canzone “Kooks”),
e la nascita nel 1972 della sua prima, magnifica creatura: Ziggy Stardust,
che lo consacra definitivamente nell’Olimpo del rock sia in fatto di
qualità artistica che di vendite.
Il periodo che va dal 1971 (“Ziggy Stardust and the spiders
from Mars”
) al 1973 (il tour di “Aladdin Sane”,
che sancisce la morte definitiva dell’alieno, con un concerto
documentato da “Ziggy Stardust – The Motion Picture”
diretto da D.A. Pennebaker) è un periodo d’oro in cui la nostra
rockstar inanella un successo dietro l’altro ed è letteralmente
adorato dal suo pubblico.
Inizia tuttavia una sorta di periodo transitorio, in cui il successo
sembra non bastare più a David, che inizia a vedere in modo diverso
il suo modo di rapportarsi col pubblico e, soprattutto, con l’America.
Col senno di poi dirà anni dopo di essersi sentito un “pagliaccio
per gli americani”
secondo le sue stesse parole, la
decisione di uccidere Ziggy fu funzionale alle esigenze di artista del
nostro. Un “assassinio” questo che in ogni caso si rivelò
difficile da superare: infatti, l’album che segue la morte di “Ziggy”
ci presenta in copertina ancora la figura di un alieno, senza nome stavolta…
o no? Forse è lo stesso Aladdin Sane (A lad insane = un ragazzo
malato di mente); qui le canzoni ancora una volta splendide, assumono
un tono più nervoso ed i testi si fanno decadenti e pessimisti,
è il primo, chiaro segno di malessere. L’album di cover
“Pin-ups” vuole essere una sorta di boccata d’ossigeno
in cui riproporre alcune delle canzoni preferite di David degli anni
’60: Them, Yardbirds, i Pink Floyd di Syd Barret, Who … per terminare
con i Kinks di Ray Davies: Where have all the good times gone? Ma uscire
dal tunnel è difficile…
Nel 1974 “Diamond Dogs” si apre infatti con l’ululato
di un cane: l’uomo, in seguito al la decadenza raccontata in Aladdin
Sane, si è mutato nel corpo di un cane e si aggira in città
devastate ed ormai lontane dalla civiltà, ove l’unica guida è
il Grande Fratello di Orwelliana memoria. Un album tragico, decisamente
più rock dei precedenti, costellato da gemme rare quali Diamond
Dogs, Sweet thing e Rebel Rebel… tutto si può sintetizzare
con il suo urlo: “This ain’t rock’n’roll, this is genocide!”

Un’ulteriore svolta si ha nel 1975, anno di uscita di “Young
americans”
: in questo LP David non interpreta un personaggio
ben preciso e l’alieno scompare dalle immagini di copertina, mentre
la sua musica vira drasticamente verso territori soul con ottimi risultati.
Il successo bacia anche questa release, che gli fa ottenere il quinto
‘disco d’oro’ grazie anche al singolo “Fame”, lo
storico pezzo in cui duetta con John Lennon, ma che fu inserito nell’album
solo all’ultimo momento (fu letteralmente una session improvvisata all’Electric
Ladyland di NY): ironia della sorte, “Fame” fu il
suo primo single capace di raggiungere il numero 1 nelle US charts.

Nello stesso anno viene contattato dal regista Nicolas Roeg per recitare
come protagonista nel film “L’ uomo che cadde sulla Terra”,
tratto da un romanzo di fantascienza di Walter Tevis: Ziggy in un certo
modo era sopravvissuto dunque… egli interpreta infatti l’alieno Thomas
Jerome Newton che, per salvare il proprio pianeta dalla siccità,
giunge sulla Terra, dove alla fine rimarrà a vivere dopo esser
stato corrotto dall’umanità; questa interpretazione viene acclamata
all’unanimità da stampa e pubblico.
Ma come già avevamo anticipato, ai suoi innumerevoli successi
in ambito professionale corrispondono altrettanti fallimenti in quello
personale: Bowie, che si era nel frattempo trasferito a Los Angeles,
si trova alle prese con gravi problemi di tossicodipendenza, il suo
matrimonio sta andando a rotoli – ultimo e forse decisivo colpo al precario
rapporto con Angie fu la scappatella, l’ennesima con Candy Clark, che
recitò con lui nel film di Roeg – e lo stesso vale per i rapporti
coi suoi manager. Gli effetti della cocaina e dello stress si riflettono
sul suo fisico, trasformandolo in una sorta di scheletro vivente pieno
di paranoie, non per ultima quella della magia nera con le sue sabbatiche
visioni di streghe che si recavano da lui “per
fecondarsi col suo seme”
. Gli amici John Lennon ed
Elton John – che in quel periodo gli furono molto vicini – temettero
seriamente per la sua vita: sembrava proprio che non ce la potesse fare,
quand’ecco che, toccato il fondo, lo vediamo iniziare a risalire prepotentemente
la china, almeno dal punto di vista della salute e della produzione
artistica (il matrimonio con la Barnett si trascinerà a stento
fino al divorzio del 1980; la donna in seguito farà la celebre
rivelazione di aver scoperto il marito a letto con Mick Jagger e di
aver reagito… preparando loro una tazza di tè! Quando si dice
lo stoicismo…).

1976
– “STATION TO STATION”

Nel 1976 esce l’album “Station to station”, il quale
imprime una nuova, drastica svolta alla musica dell’ormai ex Ziggy:
il suo nuovo personaggio è “the thin white Duke”,
così battezzato per via del primo verso della title-track dell’album
(“The return of the thin white Duke throwing darts in lovers’
eyes”
). Fu perciò facile per la critica tirare le somme
e battezzare il “nuovo David Bowie”… o forse fu facile per
egli stesso dare questo ghiotto hint alla stampa, conoscendolo è
anzi probabile.
Ci troviamo di fronte a un essere molto diverso dal caro vecchio marziano:
capelli corti pettinati all’indietro, camicia bianca e gilet nero, e
una scena assai scarna ma con un tocco di surrealismo grazie alle proiezioni
del film “Le chien andalou”, di Bunuel; una figura
in definitiva fredda e schiva che sembra volersi estraniare dal mondo
per osservarlo, capire quel che non va, nel tentativo di creare, di
cercare qualcosa di bello, a differenza del candido alieno che da questo
mondo fu totalmente travolto e corrotto, ecco come si spiegano l’ambiente
ed il personaggio asettico: con la paura di essere nuovamente contaminato.
Il look, sobrio ed elegante, esprime appieno questo davvero “nobile”
distacco.
Col Duca Bianco, si potrebbe dire che Bowie abbia completato la sua
resurrezione. Per dirla con le sue stesse parole “E’
stato un periodo terribilmente drammatico, ero in uno stato disastroso.
A Los Angeles, dove vivevo, ero caduto nella trappola di riferirmi costantemente
al rock. Era incestuoso: mi ero messo i paraocchi nei confronti di tutte
le altre possibilità musicali e artistiche. Avevo bisogno di
cambiare vita”
. La miglior cura possibile era l’arte.
“Station to station” viene realizzato e nel 1976
presso i Cherokee Studios di Hollywood (CA), con la preziosa collaborazione
del chitarrista Carlos Alomar su tutti. In quest’occasione il
Duca decise di autoprodursi, senza avvalersi della collaborazione del
fidato Tony Visconti: può darsi che egli avesse bisogno di fare
di testa sua, dando libero sfogo alla sua creatività anche come
produttore in un momento decisivo per la sua vita (e di lì a
poco avrebbe anche prodotto il debut di Iggy Pop, “The Idiot”).
Con quest’album l’elettronica fa il suo ingresso nel sound del nostro
camaleontico artista, che sulle “highway” statunitensi viaggiava
con “Autobahn” dei Kraftwerk in sottofondo: l’album,
realizzato dall’allora duo tedesco appositamente per i lunghi viaggi
in macchina (Autobahn = autostrada), impressiona davvero David, che
trova una nuova fonte d’ispirazione e decide di mettersi subito alla
prova.
Possiamo
ora parlare del nostro LP: la lunga title track sembra quasi volerci
fare da esaustiva introduzione al nuovo corso della musica di Bowie.
Il rumore del treno sembra quasi volerci indicare come egli sia in viaggio,
in cerca di un posto in cui stare dopo quest’ultimo difficile
periodo. Sì, possiamo dire che questo sia davvero un pezzo autobiografico,
ricco com’è di citazioni dalla sua vita fin dalla copertina,
tratta da una scena di “The man who fell on Earth”
e che ci mostra un uomo decisamente spaesato. Sarà questo il
posto giusto dove fermarsi? Via il glam, e in procinto di ripudiare
il soul ecco la sua nuova musica, un ibridazione di pop ed elettronica
dalla lunghezza inusuale (10 minuti circa) impregnata di un’aristocratica
ironia: la “menzion d’onore” nei confronti
della cocaina, i primi cenni al vecchio continente… ironia, sì
è questo uno dei temi portanti dell’album. Egli sembra
davvero cantare divertito, quasi a voler esorcizzare quanto fatto prima
o a prendersi beffe di quelli che già eran pronti a darlo per
finito o ancora a coloro che lo usavano come “pagliaccio”.
Stupire, ecco quel era la miglior risposta. Ma quante domande caratterizzeranno
quest’album: «Wonder who wonder who wonder when…»
e in seguito vedremo anche un implicito «wonder where».

E’ soprattutto in questa “Station to station”
(titolo ispirato da un viaggio ispiratore di tre giorni da New York
a Los Angeles), che possiamo individuare i primi germi delle sonorità
della trilogia: benché i synths di David non siano complessi
come quelli di Eno, egli dimostra di aver imparato bene la lezione dei
Kraftwerk i quali, lusingati da tanto interesse, gli renderanno omaggio
in “Trans Europe Express” nel 1977.
E non ultimo merito di questa leggendaria track è quello di contenere
la “presentazione ufficiale” dell’atteso
successore dell’ex Ziggy: ora è il momento del “thin
white Duke”
, il cui battesimo è sancito da giornalisti
e pubblico, cui fu facile associare questo enigmatico personaggio al
nostro eroe, vista anche la quantità di autoriferimenti.
Le altre tracce non mostrano la complessità di questa iniziale,
ma ci restituiscono un artista in gran forma: “Golden years”
è un godibilissimo pezzo in soul con memorabili cori e il nostro
singer eccezionale nei suoi acuti, la traccia di maggior successo dell’intero
album, un pezzo carico di groove grazie al sempre ottimo Carlos Alomar
alle chitarre e al basso di George Murray, due artisti che meritano
la loro citazione in questa recensione. “Anni d’oro”,
già, il Duca è ben consapevole di essere una persona fortunata…

Eppure il tono cambia drasticamente in “Word on a Wing”:
atmosfera tranquilla, riflessiva ma assolutamente mai triste. Una vera
e propria preghiera, un pezzo imperniato su cori, tastiere e soprattutto
una teatralissima, sofferta interpretazione del Duca che sembra mostrarsi
in tutta la sua umana fragilità. Più di ogni altra cosa,
riteniamo che il seguente passaggio sia il più emblematico di
tutti in questo pezzo, che chiude la prima facciata del vinile (curioso
che entrambi i lati siano chiusi da titoli che giocano molto sulle “W”):
«Lord, I kneel and offer you / my word on a wing / And I’m
trying hard to fit / among your scheme of things // It’s safer than
a strange land / But I still care for myself / And I don’t stand in
my own light / Lord, lord, my prayer flies / like a word on a wing»
.
“TVC15” è invece uno, stucchevole pezzo
disco, ritenuto all’unanimità il pezzo più nonsense
mai scritto da Bowie: il testo è la narrazione di una storia
raccontatagli dall’amico Iggy Pop su un marchingegno chiamato
TVC15 (o “TVC 15”? è molto dubbia la questione
se lettere e numero siano attaccate, visto che nel retro del vinile
nei titoli sono stati omessi gli spazi), il quale avrebbe mangiato la
sua ragazza! Per questa incomprensibilità, fu il single di minor
successo fra i due tratti dal LP (l’altro fu “Golden
Years”
).
“Stay” è un’altra traccia soul molto
trascinante, in cui Alomar si esalta e fa esaltare il pubblico con la
sua magica chitarra. Qui la voce passa decisamente in secondo piano,
ritmo e groove di basso e chitarra prendono decisamente il sopravvento
anche se il particolare tono delle vocals ci mostra un Bowie che vuole
quasi defilarsi per pensare. «’Cause you can never really
tell / When somebody / Wants something or wants to stay…».

La conclusiva “Wild is the Wind” è una cover
di Dimitri Tiomkin (musiche) e Ned Johnson (lyrics), interpretata originalmente
da Johnny Mathis per l’omonimo film con Anna Magnani e Anthony
Quinn e in seguito rifatta da Nina Simone. La canzone è semplicemente
struggente – dopotutto è tratta da un dramma sentimentale
diretto da George Cukor – e David da sfogo a tutta la sua teatralità
più drammatica riuscendo a colpire nel segno.
Dove questo vento selvaggio lo portò in seguito è cosa
ormai nota… Parafrasando la citazione precedente da “Stay”
potremmo dire che in effetti aveva davvero bisogno di qualcosa, e non
di restare.
L’album risulta uno dei più grandi successi del Duca bianco,
tanto che verrà in seguito votato sulla celebre rivista Rolling
Stone come il suo migliore album dei seventies. Tuttavia si tratta di
una via di mezzo fra le vecchie sonorità e il nuovo corso elettronico,
manca ancora qualcosa che consenta di attuare la svolta definitiva.
Quel qualcosa giunge quasi per caso verso la fine del 1976, durante
le tappe in Germania del tour mondiale: qui Bowie ha occasione di incontrare
Brian Eno, che da ormai quattro anni aveva lasciato i Roxy Music per
dedicarsi a diversi concept di musica sperimentale e ambient: è
in particolare il suo album “Another Green World”
(con Robert Fripp, Phil Collins e John Cale, anch’esso uscito nel 1976)
a colpirlo. I due decidono di collaborare per la realizzazione di un
album. L’aria tedesca piace a David, ormai saturo dell’America e ancora
in piena crisi esistenziale: egli si trasferisce così a Berlino
in cerca della definitiva rinascita, in una città dove una dolorosa
e tacita decadenza (le cicatrici ancora visibili del secondo conflitto
mondiale e quella grossa ferita che era il Muro) conviveva con le istanze
di rinnovamento. Non per ultimo va considerato il fascino esercitato
su di lui dai grandi movimenti artistici tedeschi, dal boom dell’elettronica
grazie a Kraftwerk, Can, Neu!… e probabilmente anche la particolare
situazione di una città che ancora recava le ferite del secondo
conflitto mondiale oltre che della guerra fredda dovette aver stimolato
la sua sensibilità artistica.
Fu qui che Bertolt Brecht tornò dagli U.S.A. per realizzare il
suo teatro ideale e sfuggire alla “caccia alle streghe”,
e Bowie in un certo senso emula questo autore da lui tanto stimato,
fuggendo da un paese che andava via via soffocando le sue velleità
artistiche: questa, col senno di poi, si rivelò una scelta molto
felice, che portò al suo periodo artistico più ispirato,
un periodo contrassegnato dallo studio, dalla ricerca e sperimentazione
che lo consegnerà all’Olimpo dei grandi del rock.
La musica che vedrà la luce in questo periodo, seminata per la
lunghezza di tre albums, costituisce uno spartiacque fondamentale nella
sua carriera: dopo il rock degli inizi e la estemporanea svolta soul,
egli getta a Berlino le fondamenta della nascita di un nuovo genere
musicale, il pop romantico, permeato da tappeti creati da musica e strumenti
elettronici.
Poco prima del trasferimento, egli ebbe modo di scatenare polemiche
con un provocatorio saluto nazista sul palco della data conclusiva a
Londra: chissà, forse voleva essere un indizio per il suo imminente
trasferimento nella capitale della D.D.R., una città di cui a
questo punto ci conviene parlare un attimo.

BERLINO
EST, 1976

…nulla esprime il senso della città dell’Est
meglio di questo color carbone e dell’odore acre che lo accompagna:
le cose sembrano coperte da una patina sotto la quale tutto in realtà
cade a pezzi. L’anima della città sembra venire dall’interno
delle case, dalle cantine dove il combustibile brucia e poi, liberato
nell’aria, si deposita su ogni cosa. L’inquinamento diventa
il segno della vita che avanza…

(Piero Valle, da “La cortina invisibile”)

Berlino est era più piccola del settore ovest, tanto che comprendeva
solo otto dei venti quartieri della ex capitale prussiana. Eppure è
proprio qui che erano situati la maggior parte della vecchia città
imperiale e i più importanti monumenti storici. Il governo socialista
cambia drasticamente l’urbanistica: con l’«operazione
Alexanderplatz»
del 1966 vengono concentrati in questa piazza
gli edifici dei principali ministeri e del governo e nuovi grandi palazzi
e torri segnano il paesaggio. “Rinnovamento totale”,
questa era la parola d’ordine della ricostruzione, una vera e
propria rinascita sociale e culturale fondata sull’antifascismo.
Una città industriale, Berlino est, con le sue fonderie, gli
stabilimenti elettrotecnici, chimici e anche le industrie alimentari.
Una città che tuttavia mostrava forti differenze fra un centro
specializzato e completo nei servizi e periferie quasi sottosviluppate
da questo punto di vista. E come non ricordare le enormi case popolari,
enormi e spogli edifici i cui primi due piani erano riservati al commercio
e alla cultura. Doveva davvero esser strana l’aria che si respirava
in una città del genere.
L’intera ex Repubblica Democratica Tedesca era un paese di mezzo,
riconosciuto ufficialmente dal mondo occidentale solo nel 1973 col suo
ingresso nell’ONU, una nazione che veniva inclusa senza problemi
fra le grandi potenze industriali pur appartenendo al mondo socialista.

Gli anni ’70 furono un decennio importante per questa nazione:
la distensione con la Germania Federale di Brandt portò a una
maggiore apertura nei confronti del mondo occidentale e le industrie
di alta tecnologia si andavano potenziando sempre più. Tante
luci insomma, ma altrettante erano anche le ombre.
Nel
1976 – un anno prima dell’arrivo di Bowie – Erich
Honecker, segretario del Partito Socialista Unitario (S.E.D. Sozialistische
Einheitspartei dal 1971, diventa capo dello stato, carica che terrà
fino al 1989, anno della riunificazione in cui verrà costretto
alle dimissioni in un estremo tentativo di salvataggio dell’apparato
statale socialista.
Una nazione in cui il governo socialista aveva il dovere di pianificare
tutto, impartendo direttive dal centro, e lo stesso valeva anche per
la cultura: si impose così una “Erziehungsdiktatur”,
una dittatura educativa in cui l’educazione fu accessibile a tutti:
solo che la cultura era determinata dai politici, non dagli artisti,
che pure godevano di notevoli privilegi. Bertolt Brecht lo scoprì
amaramente alla fondazione del suo “Berliner Ensemble”.
La censura non esisteva, almeno formalmente, in compenso altre istituzioni
burocratiche come la “Hauptverwaltung Verlage und Buchhandel”
(Ente principale per l’editoria e il commercio librario) ne facevano
le veci, ed erano pure controllate le pubblicazioni all’estero
degli scrittori tedeschi dell’est (questa legge fu ratificata
nell’era Honecker).
E non solo: non possiamo non fare un breve cenno al famigerato Ministerium
für Staatssicherheit
, per gli “amici” semplicemente
la famigerata STASI, la polizia segreta della DDR presieduta
dall’«altro»Erich, Mielke, negli anni ’70. Un’organizzazione
che si preoccupò di fomentare la cultura del sospetto e della
delazione fra i cittadini: ci si doveva guardare da chiunque e stare
attenti a quel che si diceva. Gli scrittori ebbero un ruolo ambivalente
nei confronti di questa istituzione: ci fu chi collaborò per
ottenere vantaggi personali, e chi, come disse Günter Kunert, si
chiuse come un’ostrica per timore di essere denunciato.
La STASI viveva in quel periodo il suo “periodo di
gloria”
: in seguito ai fatti di Praga nel 1969 il governo
decise di usare infatti il pugno di ferro e innumerevoli furono le infamie
compiute da un sistema poliziesco spesso paragonato alla Gestapo nazista
– già nel 1990 si scoprirono fosse comuni coi cadaveri di dissidenti
situate poco fuori Berlino.
Un ambiente strano quello scelto – o trovato per caso? –
dal nostro artista, forse desideroso di emulare il grande Bertolt Brecht
(cui renderà tributo per la prima volta con la cover di “Alabama
song”
, registrata qualche anno dopo su 45 giri) nel suo grande
amore per il teatro, o forse più semplicemente bisognoso di respirare
un’aria diametralmente opposta a quella degli U.S.A., dove i suoi
problemi personali e di tossicodipendenza si erano notevolmente acuiti
negli ultimi tempi.
Berlino come luogo di ispirazione ascetica? Ci piace immaginare che
sia stato così. In fondo il nuovo look del cantante, spoglio
e cinereo eppure allo stesso tempo inquietante e ancor più espressivo,
ci ricorda un po’ l’atmosfera della capitale tedesca, una
sensazione che l’ampio uso dell’elettronica di kraftwerkiana
ispirazione non fa altro che rafforzare.

Bene la prima puntata di questo special è concluso, tra pochi giorni sarà online la seconda che concluderà questo speciale.
Mi raccomando non fatevela sfuggire!

DISCOGRAFIA
ESSENZIALE

Tutti
gli album di cui sotto furono pubblicati dalla RCA. Vi mettiamo
in corsivo i pezzi usciti come single.



STATION TO STATION (1976)

1) Station to Station (Bowie) – 10:11
2) Golden Years (Bowie) – 4:00
3) Word on a Wing (Bowie) – 5:50
4) TVC 15 (Bowie) – 5:31
5) Stay (Bowie) – 6:13
6) Wild Is the Wind (Tiomkin/Washington) – 6:00


LOW (1977)

1) Speed of Life (Bowie) – 2:46
2) Breaking Glass (Bowie/Davis/Murray) – 1:51
3) What in the World (Bowie) – 2:23
4) Sound and Vision (Bowie) – 3:03
5) Always Crashing in the Same Car (Bowie) – 3:29
6) Be My Wife (Bowie) – 2:55
7) A New Career in a New Town (Bowie) – 2:51
8) Warszawa (Bowie/Eno) – 6:20
9) Art Decade (Bowie/Eno) – 3:43
10) Weeping Wall (Bowie) – 3:26
11) Subterraneans (Bowie) – 5:39


”HEROES” (1977)

1) Beauty and the Beast (Bowie) – 3:32
2) Joe the Lion (Bowie) – 3:05
3) Heroes (Bowie/Eno) – 6:07
4) Sons of the Silent Age (Bowie) – 3:15
5) Blackout (Bowie) – 3:50
6) V-2 Schneider (Bowie) – 3:10
7) Sense of Doubt (Bowie) – 3:57
8) Moss Garden (Bowie/Eno) – 5:03
9) Neuköln (Bowie/Eno) – 4:34
10) The Secret Life of Arabia (Alomar/Bowie/Eno) – 3:46


STAGE (1978)

1) Hang on to Yourself (Bowie) – 3:26
2) Ziggy Stardust (Bowie) – 3:32
3) Five Years (Bowie) – 3:58
4) Soul Love (Bowie) – 2:55
5) Star (Bowie) – 2:31
6) Station to Station (Bowie) – 8:55
7) Fame (Alomar/Bowie/Lennon) – 4:06
8) TVC 15 (Bowie) – 4:37
9) Warszawa (Bowie/Eno) – 6:50
10) Speed of Life (Bowie) – 2:44
11) Art Decade (Bowie/Eno) – 3:10
12) Sense of Doubt (Bowie) – 3:13
13) Breaking Glass (Bowie/Davis/Murray) – 3:28
14) Heroes (Bowie/Eno) – 6:19
15) What in the World (Bowie) – 4:24
16) Blackout (Bowie) – 4:01
17) Beauty and the Beast (Bowie) – 5:08


LODGER (1979)

1) Fantastic Voyage (Bowie/Eno) – 2:54
2) African Night Flight (Bowie/Eno) – 2:55
3) Move On (Bowie) – 3:18
4) Yassassin – 4:11
5) Red Sails (Bowie/Eno) – 3:44
6) D.J. – 4:00
7) Look Back in Anger (Bowie) – 3:06
8) Boys Keep Swinging (Bowie/Eno) – 3:18
9) Repetition – 2:59
10) Red Money – 6:59

  • questo speciale è davvero qualcosa di unico. Uno spaccato stupendo di questo periodo di Bowie. Interessante anche il capitolo di Berlino Est!! Bravo Silent davvero bello sto special :lode: :D
    In attesa della seconda parte certo :D

  • Lavoro splendido e davvero ben curato, bravissimo Silent :applauso: :applauso: :lode:

  • impressive!! :eek:

    grande Silent!!

  • complimenti vivissimi a silent… :)

  • WOW! :eek:

  • Tam

    Grande….veramente un grande lavoro…Silent

  • ma siete sicuri che bowie vivesse ad est?
    da quanto ne so io stava ad ovest…
    ho visto anche la foto del palazzo in cui abitava e dell'edificio in cui incideva, e mi sembra proprio che fossero ad ovest…