Musichetta, poverina

Le parole sono innocenti, le persone che le usano no. Che colpa hanno le parole?”. Ieri ho volontariamente letto un articolo che parlava di musica, “Tette e culi. Nuova musica per organi (quasi) caldi”. Titolo a effetto ma neanche più di tanto: pace all’anima dello zio Hank che oggi, con il caso Weinstein e tutte le nuove battaglie sociali che ci toccano, diventa roba superata, una vecchia pantofola. Nel 2017 il linguaggio scurrile si esercita altrove, e con molta più arte che in qualunque racconto di Bukowski: che andava bene negli anni 90, quando a 17 anni le parolacce possedevano una certa aura ed erano una specie di iniziazione, quel passare dal “vaffanbagno” al “vaffanculo” accompagnato da timore reverenziale e la sensazione di essere diventata grande.

La mia iniziazione per esempio è cominciata nella completa solitudine di me, bambina di 4 anni, che giocava nel giardino del nonno e ascoltava il suo merlo ripetere innocentemente i cori della curva imparati duranti gli anni, gabbietta lato strada passaggio tifoserie di calcio. È poi continuata tra le elementari e le medie con le bestemmie che mio babbo sceglieva come climax delle sue incazzature, segnale che la situazione era gravissima, alto fattore di rischio, forza illocutoria dell’espressione a livelli che non ho quasi mai più visto e che ho usato ma solo in casi eccezionali. Teorie sul linguaggio imparate sul campo, che mi sono tornate utili anche prima di studiare Wittgenstein & company.

Si chiama “sdoganamento” del linguaggio, forzarne il buon costume, maneggiarlo con nonchalance tra sublime e faceto, come diceva un grande scrittore; per arrivare appunto alla goliardia da “tette e culi “, di per sé espressione sentita e risentita, abbastanza anni Ottanta, usata qui (immagino) per catturare l’attenzione e teoricamente “dare l’idea” del contenuto, giocarci per contrasto, giocarci e basta (lo faccio anche io) tanto non si tratta di cronaca, non devo dare una informazione in tempo rapido. Un po’ la sto dando e un po’ no, e comunque devo fare in modo che apriate il link e leggiate l’articolo. Il messaggio secondario è: io sono io e posso scrivere quello che mi pare. Infatti sì. L’articolo l’ho letto perché in questi giorni sto seguendo il dibattito su Asia Argento (e mi sto incartando) e in contemporanea quello sul libro di Raffaele Alberto Ventura “Teoria della classe disagiata” facendo più caso al “come” che al “cosa” viene espresso, cercando di immaginare il tono e la faccia di chi scrive sui blog o sui social frasi tipo “la realtà è un concetto problematico”. Ovviamente più devo rendere l’idea dell’indignazione più le parolacce mi tornano utili, ma più le uso più diventano innocenti, cioè prive di forza “coercitiva”.

In campo di critica musicale l’uso del linguaggio scurrile porrebbe meno problemi se non fosse che la musica diventa terreno di scontro di istanze personali che vanno ben oltre, tipo: io capisco tutto e voi non capite niente. Se parliamo di stile, però, oggi non ha senso avere le mezze misure nel turpiloquio e questo ce lo ha insegnato l’epocale intervento di asharedapilekur nella sezione commenti sotto l’articolo “Gruppi con nomi stupidi: Thegiornalisti (posted on ottobre 19, 2012 by FF)”. In campo di scrittura musicale l’avanguardia linguistica è stata raggiunta e definitivamente superata tra il “VAFFANCULO” e il “DIO NON C’E'” del suo intervento in quel dibattito alle ore 6.28 del 21 ottobre 2012.

Per tornare all’articolo di cui sto parlando, non sapevo bene perché ma mi pareva che la scelta del titolo contenesse, in maniera distorta e un tantino troppo (rin)forzata, il tema dell’importanza del “COME si parla di una certa cosa”, di quanto produrre un certo effetto sia diventato fondamentale per essere guardati, letti, commentati. Niente di male, sono artifici, in questo articolo per esempio il tentativo di ipnosi è costruito così: Tette e culi. Era ora [breve riflessione sull’uscita di un “manipolo di lavori”]. Tette e culi, si diceva [spiegazione della scelta del titolo]. Tette e culi, quindi. E dopo averci ipnotizzato, si parla di musica. Tra i nomi mi ricordo solo i Coma Cose perché li avevo già ascoltati il giorno prima.

Ecco a cosa ho pensato, di getto. Primo pensiero: l’intervista a un amico di vecchia data – famoso per il suo blog in cui descrive frames della sua vita e nel mezzo parla anche di musica – che ha dichiarato che scrivere di musica è oggi un campo di sperimentazione letteraria. LETTERARIA. Secondo pensiero: chiedo a qualcuno di cui mi fido un parere, da semplice lettore. Terzo pensiero: sulla falsariga di tette e culi, come intitolerei io, per scherzo, un articolo sui giovani artisti indie italiani? Per il titolo che mi è venuto in mente d’istinto non so se capirebbero che è uno scherzo. Forse si offenderebbero.

Veloce scambio di opinioni con i due ragazzi ai quali ho chiesto un parere e poi sono finita a leggere un articolo in un blog di calcio, sulla questione maglietta “romanista ebreo”, Anna Frank, scandali e provvedimenti. Scritto bene, linguaggio giovane contemporaneo, parolacce giuste al punto giusto, e concetto espresso chiaro: lasciateci la libertà di scherzare su tutto, tolta l’offesa si toglie potere alle parole usate per offendere, tolto il linguaggio il gesto resta un gesto stupido. Sono belli i tentativi di rendere la parola innocentenel titolo di questo articolo ho cercato di dare tutta la responsabilità alla virgola.