Old Crow Medicine Show – O.C.M.S.

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All’incirca 3 anni fa mi è capitato di vedere su un noto canale satellitare un documentario che si occupava “delle band di strada” negli Stati Uniti. Il servizio in questione faceva una panoramica sulle “città della musica” americane (New Orleans, Austin, New York, Detroit, San Francisco ecc) mostrando i migliori locali di musica live e le band giovani che appunto si esibivano per strada. A detta dell’autore del servizio questo è un fenomeno piuttosto diffuso negli USA; non si tratta di barboni o mendicanti, ma di giovani gruppi musicali che per farsi conoscere improvvisano, di punto in bianco, dei concerti nelle strade e nelle piazze col benestare delle pubbliche amministrazioni. Nella maggior parte dei casi questi gruppi suonano musica tradizionale americana con strumenti acustici e si autoproducono i dischi. Tra le diverse band che il servizio mostrava ero stato favorevolmente colpito dagli Old Crow Medicine Show. I nostri sono una band formata da 5 ragazzi che suonano con strumenti tradizionali (violino, armonica contrabbasso,banjo, dobro e quant’altro) musica dei monti Apalachi, folk, blues, bluegrass, insomma un po’ tutto quello che la tradizione americana offre; ma lo fanno con quel pizzico di sfrontatezza che rende il loro sound davvero irresistibile. Per intenderci avete presente i Soggy Bottom Boys di “Fratello Dove Sei?” il fantastico film dei fratelli Cohen con George Clooney? Ecco i nostri corvi sono una band simile, ragazzi che suonano divertendosi con quella sana vena goliardica tipica dei vent’anni. Ora dopo quasi 3 anni noto con enorme piacere che i nostri sono finalmente riusciti a pubblicare un disco con una casa discografica. Scrutando sul sito della band vedo che questo O.C.M.S ( è l’acronimo del nome della band) non è l’esordio ufficiale: i 5 ragazzi di NY hanno già pubblicato 2 studio album e un live ( che vendevano esclusivamente tramite il sito ma ora purtroppo sono fuori stampa) , 3 EP, e hanno collezionato una bella serie di apparizioni su compilation o lavori altrui. Insomma da allora ne hanno fatta di strada. Il motivo è molto semplice: gli OCMS hanno personalità e bravura da vendere e per fortuna, almeno negli USA, evidentemente alla fine il lavoro paga. Bene ora che le presentazioni sono state fatte vediamo di analizzare questo album. Innanzi tutto il titolo: i Medicine show erano una sorta di baracconi itineranti che attraversavano le campagne del sud degli USA. In questi spettacoli improvvisati un “dottore” cercava di vendere alla gente infusi di erbe e pomate miracolose, e per pubblicizzare e decantare le doti dei suoi prodotti si avvaleva dell’accompagnamento di uno o più musicisti. Parrà strano ma molti grandi bluesmen e folk singer si sono fatti le ossa con questi spettacoli. Già un nome così curioso dovrebbe far capire la natura dell’offerta musicale dei nostri. Gli 11 brani presenti nel disco sono per la maggior parte dei traditional ma non mancano delle canzoni originali dei nostri corvi. Si parte con “Tell It to Me” e subito gli OCMS fanno capire di che pasta sono fatti: il banjo e la chitarra sfornano un ritmo indiavolato mentre l’armonica country blues è la vera regina del pezzo assieme alle voci le quali hanno il timbro del classico vecchietto un po’ arzillo, le parole sono quasi biascicate e il ritornello (basato su Cocaine) è davvero irresistibile. “Big Time In The Jungle” è un brano scritto dal banjoista, chitarrista, e cantante (ma cantano tutti a dire il vero) della band Critter Fuqua. E’ una meravigliosa ballata con il violino ( Ketch Secor) e la voce di Willie Watson che volano alti nelle praterie americane. Grande canzone davvero. “Poor Man” strizza l’occhio alle sonorità più country western. Il banjo e il violino girano a mille e la melodia è terribilmente emozionante. “Tear It Down” invece alza decisamente il ritmo. Bluegrass alla ennesima potenza con il violino indiavolato a guidare le danze, i contrappunti vocali tra la voce solista e i cori creano una melodia incredibile a cui è davvero impossibile resistere, fa venire voglia di alzarsi e ballare. Straordinaria! “Hard To Love” è sulla stessa falsariga con le voci sempre in grande evidenza e il solito irresistibile violino a fare il ruolo del solista. Altro centro! “CC Rider” è un dei traditional più celebri eseguito da tutti i più grandi interpreti del folk e del blues. La versione che ci regalano i corvi è da brividi; il ritmo è rallentato, la chitarra acustica e il dobro guidano la melodia prima che entri una struggente armonica. Il resto lo fanno le voci. Strepitosa! “Trials & Troubles” (scritta da loro) è cantata quasi totalmente in coro con la slide e il violino che si rincorrono alla grande. “Hard to Tell” è il terzo originale del disco: L’inizio è affidato al fiddle in versione iper veloce che per oltre un minuto guida le danze prima dell’ingresso delle voci altrettanto indiavolate. Questi vecchi corvi ci sanno davvero fare ragazzi! Si prosegue con i brani originali ed è il momento della struggente “Take ‘Em Away” , song nostalgica, dal tono crepuscolare. Ma la perla del disco è “We’re All in This Together” canzone dal sapore antico, una melodia meravigliosa ed evocativa e la voce dolce e malinconica confezionano un gioiello di rara bellezza. “Wagon Wheel” chiude il disco in modo egregio: splendida ballad di grandissima presa emotiva.
Che altro aggiungere, gli OCMS confezionano un disco di rara e cristallina bellezza, un disco di canzoni dal suono immortale che supera i confini del tempo e dello spazio. Questa è musica universale, eseguita così come era stata concepita, senza diavolerie elettroniche, trucchi da baraccone e tutte le amenità a cui siamo abituati. Qui c’è solo il talento, enorme, e la passione ,ancora più grande, di una band coi fiocchi. Potrei usare ancora altri mille aggettivi per descrivere la bellezza di questo album ma penso che solo ascoltandolo potrete capire quanto è incredibilmente affascinante. Non fatevelo scappare per nessun motivo.