Big Bill Morganfield – Blues In The Blood

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Suonare blues e chiamarsi Morganfield di cognome non deve essere affatto semplice: se poi non si tratta solo di un caso di omonimia ma si è il figlio di sua maestà McKinley allora la cosa diventa pesante: se hai successo per tutti sei solo un “paraculato” e se anche il tuo lavoro è oggettivamente bello ti rinfacceranno sempre l’eredità paterna e fioccheranno i confronti con l’indimenticato genitore; il tutto con l’aggiunta di aver scopiazzato. Questo è più o meno quello che è successo al nostro Big Bill al momento del suo esordio discografico nel 1999 con l’album “Risin Son”. All’epoca egli non era certo un ragazzino, aveva circa 42 anni, per cui non si può dire che abbia tentato la carriera musicale solo per rimediare donne e successo come spesso accade ai figli d’arte. Certo ad essere sinceri il nostro ci ha messo un po’ del suo presentandosi in studio accompagnato da Bob Margolin, Pinetop Perkins e Willie Big Eyes Smith, in poche parole la band del padre. La stessa cosa è successa per il secondo album del nostro “Ramblin’ Mind” uscito nel 2001. Bisogna però ammettere che in entrambi i lavori Bill ha sempre cercato di prendere le distanze dalla musica del padre pagando solo il debito che tutti hanno nei confronti dell’illustre genitore. Insomma la sua musica è debitrice a quella di Muddy come lo è quella di qualsiasi altro bluesman in circolazione: Anzi a ben vedere ci sono musicisti che molto più di lui si rifanno alla musica di Waters, perché il nostro si è sempre sforzato di prendere le distanze da essa e questo invece che giovargli, a mio avviso, lo ha fin troppo condizionato tarpandone in qualche senso la creatività. Ora finalmente con questo terzo album il Bill si è tolto ogni remora e ha dato libero sfogo alla sua voglia di blues come piace a lui. Paradossalmente il risultato è un ottimo disco di blues abbastanza lontano dallo stile del padre. Il figlio di Muddy Waters ha trovato una identità propria, un suo stile basato sulla sua bellissima voce (questa si di chiara eredità paterna , beato lui) e su una buona originalità di scrittura. Delle 12 canzoni qui contenute infatti ben 11 sono scritte da lui e una è di Muddy a dimostrazione che ormai il nostro affronta questo fatto in tutta serenità. Ne risulta così un lavoro fresco e divertente, con alcuni picchi di grande blues e in generale una ottima qualità media, con buona varietà di stili e ispirazioni. Troviamo così l’opener “Boogie Child” che richiama fortemente un mix tra John Lee Hooker e RL Burnside, col suo cantato talkin’ blues e il martellamento ossessivo dei bassi. “Evil” è invece un classico Delta blues. Dobro e armonica d’ordinanza accompagnano il lamento di un Big Bill davvero molto ispirato. “Hoochie Coochie Girl” fa sorridere per il titolo, che sembra volutamente ironizzare sulla parentela del nostro, ma è invece una signora canzone che ha davvero poco da spartire con quella di Muddy. “Left Alone” è uno dei brani che più mi hanno colpito sia per la fantasia che per l’originalità. Una bella melodia elettrica quasi country con sfumature di boogie e la suggestiva vociona di Bill la rendono davvero piacevole. “Trapped “ è un po’ più scontata ma comunque sempre piacevole grazie all’ottima prova vocale del nostro, ma anche per il bel lavoro al piano di Jimmy Vivino. La successiva “Whiskey” è invece un bel delta blues notturno e malinconico come si deve. Alla seconda voce troviamo Tad Walters che nel disco suona anche tutte le parti di armonica e basso. Ottimo il duetto di chitarra con dobro e acustica. Acustica è anche “Feel Like Dyin’” pezzo davvero sopra le righe che conferma tutta la bravura di cantante, chitarrista e autore di Big Bill; un piccolo gioiellino dal sapore antico e struggente. Si prosegue con “Love You Right” un Chicago blues d’ordinanza ma che si eleva sopra la media grazie ai grandiosi vocalizzi di Morganfield. Il brano più vicino allo stile del padre è senza dubbio “Anything Just for You” con l’armonica di Walters che sbuffa che è un piacere e la sezione ritmica che pesta alla grande mentre Bill canta da par suo. “Strong Love” è secca, elettrica e potente con la solita armonica di Tad sugli scudi, altro grande pezzo. “Time to Go” è invece un boogie blues scatenato, sembra uscito dalla penna di John Lee o da quella di George Thorogood. Si chiude con “Why Don’t You Live So God Can Use You” scritta da Muddy e interpreta da Bill in solitudine solo con dobro e voce. Grandiosa e commovente.
Big Bill Morganfield con questo “Blues In The Blood” si conferma come una delle migliori nuove realtà blues. Ha una voce superlativa che non teme confronti con nessuno, sa scrivere canzoni belle ed originali ed è dotato di una grande duttilità sapendosi muovere agilmente tra tutte le sfumature del blues. Non farà la storia della musica del diavolo, come il suo grandissimo padre, ma certamente Big Bill ci regalerà momenti di puro godimento perché il nostro è un bluesman vero che fa onore al cognome che porta. Bravissimo!