O'Rourke, Jim – Eureka

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

Jim O’Rourke è lo spettro delle produzioni indipendenti americane. Da più di dieci anni è ovunque; nel 1999 decide di sperimentare sul pop, con la sfida di regalargli nuovi punti di vista e chiavi di ascolto.
Col senno di poi Eureka è la parola che segue la scoperta di qualcosa di ovvio, ma paradossalmente nuovo. Così come l’album. Esercizio di stile o no, resta un lavoro che una volta entrato in testa ci vorranno giorni per toglierlo e non è detto che qualche canzone non vi resti inconsciamente nella memoria, ritrovandovi a canticchiarla per strada quasi senza accorgervene. E’ il caso di “Prelude To 110/220 Women Of The World” che apre l’album. Nove minuti di uno stesso giro di chitarra ripetuto in loop, stratificazioni vocali vicine alla cacofonia, aggiunte di basso e di violini. Per quel che mi riguarda la canzone più riuscita ed insieme il manifesto dell’intero lavoro: sembra qualcosa di facile ascolto, pop insomma, sembra banale; eppure l’arrangiatura e le melodie sono ricercatissime. Due piani di ascolto.
Un disco che può risultare piacevolissimo a prescindere dalle elucubrazioni mentali che ci si possono fare sopra. E perchè mai elucubrazioni, se è un semplice disco pop? Proprio perchè la prima traccia sono nove minuti ripetuti fino allo sfinimento: dovrebbero annoiarti, e invece ti esaltano. Perchè dietro alle semplici melodie da piano bar ed easy listening c’è tutta una ricerca di lieve psichedelia, jazz (“Ghost Ship In A Storm”), rumorismo, programmazione elettronica, intensità, rimandi cameristici ai Rachel’s (“Please Patronize Our Sponsors”), folk, ironia e tanto altro (“Something Big” di Bacharach immesso nel disco come se fosse un pezzo totalmente fuori dal tempo e paradossalmente in linea con tutto il resto ed “Eureka”, il pezzo più intenso di tutto l’album, con sprazzi di rumori che si appoggiano su una trama di organo e chitarre dai toni e sapori volutamente antichi).
Di sicuro l’album non sarà un capolavoro, ma dimostra brillantemente come l’avanguardia può contaminare perfino il pop e non per questo facendolo deviare verso sonorità troppo aspre o intellettuali. Un piccolo gioiellino, insomma.