Byrne, David – Grown Backwards

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Mi viene da dire che David Byrne sia il peggiore incubo che un recensore possa avere. Perché il nostro ha una grandissima dote, che consiste nella sua enorme cultura musicale, a sua volta base dell’inventiva di Byrne e dell’incredibile varietà di melodie che è stato in grado di proporci nei suoi album solisti, in particolar modo da “Rei Momo” ai giorni nostri.
L’ultima volta lo abbiamo trovato nella colonna sonora “Lead us not into Temptation”: bene, scordatevi quell’album, “Grown backwards” è concepito con metodi e intenzioni totalmente diversi rispetto all’ultima uscita. La ricerca della melodia di David si è spinta davvero avanti, soprattutto per quel che riguarda la sua stessa voce, lo strumento dominante di quest’album, che col passare degli anni sembra diventare sempre migliore, permettendoci ormai di annoverare l’ex leader dei Talking Heads un raffinato interprete e autore, che ha saputo scrollarsi di dosso un passato importante quanto scomodo – a differenza dei suoi ex colleghi.
Un autore che può fare quello che vuole, che gode di una libertà a dir poco invidiabile, e attraversa ogni campo della musica. Forse fin troppa libertà, perché album come “Grown backwards” possono sembrare fin troppo duri da decifrare… ma alla fine non possiamo che dirci «beh, dopotutto è David Byrne, prendere o lasciare».
Uno che ha deciso di andare avanti nella musica, fondendo in sé aspetti melodici e ritmici di ogni dove – per capire meglio ascoltatevi “Glass, Concrete and Stone”, “Tiny Apocalypse” con le sue stucchevoli lyrics, l’eterea “Astronaut” e una “Dialog box” che sembra far rivivere i cari vecchi Talking Heads. Ma non solo, Byrne va anche “backwards” riprendendo due arie, “Au Fond du Temple Saint” da “I pescatori di perle” di Bizet, e “Un Di Felice, Eterea” da “La traviata” del nostro Giuseppe Verdi, mostrando tutta la sua versatilità e delle buone – e insospettabili – doti liriche. E tanto per non smentire la sua visione musicale a 360°, ecco che “Grown Backwards” si conclude con un duetto in musica house con gli X-Press 2, “Lazy”, qui inserita come bonus-track.
Conclusioni: questo è un album di David Byrne. Ok, sembra banale e scontata come constatazione, ma non lo è, perché in fondo dice già tutto, ossia che ci troviamo di fronte a un album complesso, ricco, bizzarro, cervellotico e riservato a chi ha intenzione di spremere le meningi e capire. Perché è proprio in questo punto che scopriamo quanto siano paradossali gli album di David Byrne: essendo fortemente improntati sulla melodia, verrebbe da pensare che siano facili da assimilare e invece no, la varietà di elementi coinvolti – ritmi tribaleggianti, tropicali, musica vecchio stile di taglio cinematografico, avanguardia, musica classica, ecc… – fa di “Grown Backwards” un album molto esigente nei confronti dell’ascoltatore. Forse l’unico limite effettivo è la discontinuità, l’eccesso di varietà che può risultare fin troppo stucchevole e, se preso nel momento sbagliato, anche poco piacevole da ascoltare; ma questo è David Byrne, quindi prendere o lasciare.