Fennesz – Venice

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

Dopo “Endless Summer”, piccolo capolavoro dalle tinte rosse sfumate, è il turno di “Venice” nel quale, come da titolo, Venezia fa da contesto e contenitore dove si muovono gli esperimenti del viennese Christian Fennesz.
Mi riesce difficile parlare di questo lavoro perchè il percorso tra progressioni ambientali e sperimentazioni sonore stavolta non lascia impronte, ma si muove come in astratto: Fennesz unisce suoni acustici e digitali di derivazione più ambient, dando vita a una personalissima interpretazione della sperimentazione, lontana della presunta glacialità di determinati suoni e virata verso un approccio alla melodia più pop venato di imperfezioni, tagli e programming (cut ‘n click, come l’hanno definito i critici). Non mi stupisco quindi che David Sylvian abbia voluto collaborare al disco presentandosi a noi in “Transit”, dove la sua voce fa da perfetto contrappunto ad un’atmosfera quasi liquida. Neanche che la progressione sonora dal sapore quasi epico che si trova in “Circassian” venga delimitata da due pezzi, “Onsra” e “Onsay”, come fosse una giornata che inizia e volge al termine. Nè tantomeno che “Laguna” sia strutturata su un giro di accordi di chitarra acustica sporcata e che davanti ad un pezzo rumoristico quale è “The Stone Of Impermanence” per la prima metà del pezzo le sonorità ricordino l’attitudine dei My Bloody Valentine.
Mi stupisco però che solo questi pezzi siano il vertice massimo del disco mentre gli altri non si fanno notare per particolari giochi sonori; alla lunga sembrano un pò tutti uguali e regalano un senso di stanchezza all’intero disco, al punto da far sembrare che Fennesz usi le identiche soluzioni sonore per tutta la durata del lavoro, creando un limite che la precedente opera non aveva.
E’ di sicuro fortemente ostico, un mondo che non puoi toccare ma solamente ammirare, un dipinto nel quale non riesci a distinguere ciò che guardi ma che lentamente ti avvolge. Peccato però per le parti monocromatiche. Fennesz stavolta ha dipinto fin troppa acqua dimentico forse del fatto che a Venezia puoi vedere anche altro.