Grateful Dead – The Closing of Winterland – December 31 1978

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Quella del Winterland è una storia tutta americana: costruito nei primi anni del Novecento come arena di pattinaggio su ghiaccio (da cui il nome), fu riciclato nel 1967 dall’impresario Bill Graham come arena per conceri rock. Una capienza teorica di 5.200 postiche presto divennero molti di più per ovvie necessità, visti i nomi che passavano da queste parti. Un’acustica a dire di molti oscena (“an acoustical snakepit” secondo Bob Weir, batterista dei Grateful Dead), aggiunta a situazioni disagevoli di vario tipo, in primis il freddo. Ecco, il Winterland era questo, odiato da chi ci doveva suonare e venire a vedere i concerti. Odiato, sì, eppure in un certo modo amato: come si spiegherebbe l’interesse mostrato da fior di musicisti all’annuncio di Bill Graham, che avrebbe demolito il Winterland, ormai troppo costoso da restaurare? Ecco così che arriviamo al mitico concerto di addio e, allo stesso tempo, di fine anno dei Grateful Dead, immortalato in questo quadruplo boxset (o in doppio DVD).
Perché i Dead? Bé, perché con le loro 59 presenze erano stati la record-band con più esibizioni nel fatiscente edificio: era giusto che l’onore della chiusura spettasse a Jerry Garcia e soci, che infatti qui effettuarono una delle loro migliori esibizioni – secondo le statistiche dei Deadheads più incalliti rientra a buon titolo fra le dieci migliori esibizioni della band di Frisco, che finalmente è data alle stampe ufficiali (uscì come triplo bootleg LP anni addietro).
Ma bando alle ciance, è ora del countdown di fine anno, ad opera di un ospite illustre, uno che con la musica ha molto a che fare: Elwood Blues, al secolo Dan Aykroyd, lì presente assieme al compianto “fratello” John Belushi e alla Blues Brothers Band. Botti di fine anno ed ecco che lo show inizia, ed è subito jam!
“Sugar Magnolia/Scarlet Mountain/Fire on the Mountain”, una jam nota ai Deadheads come “Scarlet Fire” apre le danze di questo lungo – il biglietto incluedeva anche la colazione del giorno successivo! – e memorabile veglione, mostrandoci come Jerry, Bob, Phil e tutti i Dead siano davvero più in forma che mai! Quasi mezz’ora di jam, non male come antipasto no?
Il concerto prosegue poi con due cover realizzate in medley: “Me and my Uncle” di John Phillips, un pezzo divenuto famoso proprio grazie ai Dead che la riproporranno infinite volte, e “Big River” del grande Johnny Cash.
È davvero uno show eccezionale, come i tre successivi pezzi, in particolare la lisergica “Friend of the Devil” dal classico album “American Beauty” del 1970. Il pubblico apprezza molto e il medley composto da “From the Heart of me”, intonata da Donna Jean Godchaux, e “Sunshine Daydream”. Dopo un’ora e venti circa si chiude così il primo set.
Il secondo set, diviso a sua volta fra il secondo e il terzo cd, si apre con l’ingresso di due ospiti illustri: il chitarrista John Cipollina, direttamente dai defunti “colleghi” psichedelici Quicksilver Messenger Service, e il percussionista Greg Errico. Lo show ricomincia con il riadattamento di un pezzo folk, “Samson and Delilah”, del reverendo Gary Davis. Dopo la bella “Ramble on Rose” inizia ad ogni modo quello che forse è il momento topico dell’album: la jam fra tre pezzi fantastici, “I need a Miracle”, “Terrapin Station” e “Playing In The Band”, trentasette minuti di fraseggi chitarristici inenarrabili fra questi leoni del rock anni ’60/’70. Come già detto però, il secondo set prosegue sul terzo cd, che è l’apoteosi vera e propria della jam: a farla da padrone ora sono i duelli batteristici fra Erroco, Kreutzmann e Hart: “Rhythm Devils” in particolare è un momento esaltante, il trionfo assoluto della batteria, col suo ritmo di martello e tuono capace di mandare in trance l’intera audience del Winterland, basita da tanta maestria; il set quindi si conclude con la riproposizione di “Around and Around” del mitico Chuck Berry.
Sono già passate circa tre ore di concerto, un limite pesante per molti, ma non di certo per i Grateful Dead: questa è gente a cui bisogna imporre di smettere, e poi la celebrazione dell’addio al Winterland non può certo finire proprio adesso. Ed ecco che si apre il terzo ed ultimo set con la mitica “Dark Star”: questo pezzo era molto atteso dal pubblico, i Dead non l’avevano più suonata a San Francisco da 1535 giorni e uno striscione del pubblico – doverosamente immortalato in una foto del booklet – ha provveduto a ricordare loro quella grave mancanza. Il mitico inno psichedelico viene jammato alla grande con “The Other One” e “Wharf Rat”. Ma non è finita perché i nostri ci mettono anche la opener di “Aoxomoxoa”, la mitica “St. Stephen”. Tempo di un’altra, gettonatissima cover, quella “Good lovin'” presente in un gran numero di live dei Dead. Lo show dopo questo trascinante pezzo rock ‘n roll sembra chiudersi, ma invece ecco gli encore: “Casey Jones”, “Johnny B. Goode” e la loro classica “buonanotte” a tutti quelli che hanno seguito il loro immenso show. Buonanotte, sì, peccato che ormai era ora di colazione!
Ricapitolando, perché fra le tantissime uscite live dei Grateful Dead uno dovrebbe prendersi proprio questa? Bè, come abbiamo già detto, è ritenuta una delle migliori esibizioni della band di Jerry Garcia, ha l’indubbio merito di presentare un repertorio vario e di coprire il meglio dei Dead nel periodo anni ’60 e ’70. Un’esibizione perfetta con una band in formissima e ancora in grado di dire la sua, in un concerto che è un evento storico. Se siete in cerca di motivi più “materiali” allora ecco che vi possiamo decantale le lodi del boxset, con quattro HDCD che se avete un impianto adatto potrete sfruttare al meglio, anche se il sound è in effetti ruvido e forse non l’ideale per questo tipo di formato. Nulla che comprometta il suono dell’album, anzi, il fascino della registrazione di vecchia data aggiunge certamente quel tocco di fascino in più all’album.
Insomma, buoni motivi per non fare proprio questo quadruplo live non ce ne sono, dopo il live in Atlanta degli Allman ecco un’altra perla anni ’70 per arricchire la vostra collezione.