Oceansize – Effloresce

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

Se avessi la possibilità di aggiornare la mia personale lista dei migliori 10 titoli usciti nel 2003, questo “Effloresce” degli inglesi Oceansize non solo vi figurerebbe senza problemi, ma si candiderebbe a miglior disco della passata stagione. Prima di approdare su disco questo straordinario gruppo di Manchester si è fatto apprezzare per una serie di concerti in patria che sono valsi loro la nomea di “miglior band senza contratto”. Per affinità stilistiche siamo molto vicini ai Dredg di “El cielo”, quindi siamo al cospetto di un sound molto colorito, sufficientemente onirico, aspro sulle chitarre e profondo sugli essenziali sfondi ambientali e tastieristici e ben preparato ritmicamente ai dinamici assalti vocali, che ricordano a volte quelli del grande Mike Patton. Ovviamente non possono mancare richiami ai Radiohead di “Ok computer”, diventato ormai una sorta di Sacra Bibbia per questo genere. Si parte con “I am the morning” un brano di estrazione space rock, vicino per atmosfera ai Porcupine tree, il cui fantasma torna a manifestarsi anche altrove come ad esempio nel bellissimo strumentale “Rinsed”, tra suggestioni psichedeliche, liquidi arpeggi chitarristici, dilatatissimi riverberi e una sensazionale ricerca melodica che ovviamente tarda ad arrivare. Canzoni dalle forti tonalità grigio scuro che talvolta arrivano addirittura a toccare lidi sonori propri di bands come i Tool, si alternano ad altre maggiormente in linea con certe accelerazioni rock alternative, ma ovunque ci si trovi si ha di fronte un gruppo molto interessato all’ornamento del contorno e al fine arrangiamento. Sorprendente l’acido muro sonoro che gli Oceansize riescono a tirar su in molti degli episodi di questo “Effloresce”, un muro che non deve essere inteso soltanto come mero sfoggio di ruvidezza ma anche di straordinaria capacità di evidenziare in musica l’agitato animo romantico che i nostri dimostrano di possedere in songs come “Catalyst” o “Amputee” dove un chitarrismo ora urlante ora delicato si incontrano su piani musicali a volte in contraddizione tra loro, ma che mettono in luce, a conti fatti, una rara duttilità compositiva. Un disco di non facile ascolto e assimilazione, ma destinato alle solite successive riscoperte, come di solito succede ai grandi dischi che la storia ci ha consegnato.