Lali Puna – Faking The Books

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Ritorno alle scene per i Lali Puna. Per chi di voi ancora non conoscesse la band sappia che è tra le maggiori fonti di ispirazioni di J.Greenwood nel periodo Kid A – Amnesiac, e basta Faking the books, title track dell’album, per rendersene conto: vi sembrerà per un attimo di sentre un remix di Everything in its right place.
Questa nuova prova era attesa con un certo interesse e con vari interrogativi sulle nuove direzioni del loro percorso artistico: per molti, infatti, Yorke e soci hanno assimilato così le atmosfere del precedente lavoro (Scary World Theory) da aver “rubato” le idee e spunti per il nuovo album alla band di Valerie Trebeljahr. Il tutto lasciando il pubblico a porsi “chissà cosa avrebbero fatto i Radiohead senza l’ascolto di Scary World Theory” e “Chissà cosa avrebbero fatto i Lali Puna se non fossero stati preceduti da Kid A e Amnesiac”.
Faking with the books è un album bello e piacevole, interessante nei suoni e nelle atmosfere ma poco integro e compatto. I brani si spostano da un’elettronica in stile Notwist (Small Things) a quella in stile Boards of canada (People I know). “E fin in qui è tutto normale” diranno quelli che già conoscono il gruppo. La cosa che più colpisce è però un recuperò di sonorità vagamente new-wave, che richiama da un lato una semplicità e naturalezza in stile Coldplay (Grin and Bear sembra un’affondo di Martin e soci su una canzone psichedelica, Left handed un remix di un demo del periodo A Rush of blood…), dall’altro le atmosfere pesanti e cupe degli Interpol evocati spudoratamente nelle batterie di B-movie e nelle atmosfere di Call 1-800 FEAR e Micronomic. Non mancano poi i pezzi in stile Mùm, altra band che può essere a loro paragonata nei momenti in cui il programming prende il sopravvento (Alienation e Faking the books). Su tutte le musiche si posa poi delicata e accogliente la voce di Valerie Trebeljahr che vacilla solamente lì dove maggiore grinta e impatto sarebbero d’obbligo.
Un buon disco quindi, ma che per sua sfortuna si lascia ascoltare senza destare troppo interesse, finendo quindi alla lunga per passare prima nella fase della “sottovalutazione”, poi in quella dell’”abbandono” e poi nel “dimenticatoio”.