Votiva Lux – Solaris

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

Avevo scoperto i Votiva Lux grazie a “Lindbergh” e mi ero stupito per la loro capacità di unire trame strumentali alla psichedelia e a suoni che molte volte mi avevano ricordato certe affinità con i Pink Floyd.
Poi, alcuni anni dopo mi capitò tra le mani il nuovo lavoro, Solaris. Folgorazione.
Impressionante notare quanto i quattro emiliani fossero maturati in così poco tempo, quanto fossero migliorati in fase di arrangiamento e composizione dando alla luce un piccolo gioiello al quale la definizione di post rock stava abbastanza stretta e risultava alquanto limitante. Il suono di Solaris è spaziale, e non riconducibile alla forma lentezza-espolosione. Va a premere invece sul fattore ambiente; partendo già dal primo brano di impronta fortemente psichedelica (grazie anche alle liriche che sono presenti solo in questa traccia in gallese) si intuisce che è il senso di profondità e di spazio il leitmotiv del disco (“Gasteropod 1” in questo senso è il manifesto di tali ambizioni: feedback dilatati come persi dentro l’acqua che poi affiorano in superficie in una divagazione psichedelica) che prende spunto dai Tortoise per l’uso del vibrafono come dagli Spiritualized e dai Giardini Di Mirò per le trame e gli intrecci strumentali emozionanti, sviluppandosi in maniera del tutto personale tramite l’uso della programmazione elettronica e dell’e-bow. Menzione speciale va ai tre brani “Inisheer”, “Inishmore” e “Inishmaan” che formano una piccola trilogia-concept sulle sonorità celtiche iniziata già timidamente con “Ffair”esplicandola perfettamente attraverso suggestioni acustiche, divagazioni psichedeliche della slide guitar e giri di pianoforte intorno al quale vorticano soltanto rumorismi.
Parlavamo inizialmente dei Pink Floyd: in effetti a starci attenti, echi di Atom Heart Mother alla lontana.. ma non è questo il punto: il disco si eleva a lavoro di una bellezza disarmante e con un potere evocativo sorprendente. Bellissimo.