Coxon, Graham – The Sky Is too High

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

L’esordio di Grahm Coxon come chitarrista solista stupisce. Sebbene si sentivano molto le sue influenze negli ultimi lavori dei Blur, soprattutto in 13 non mi sarei mai aspettato un album così sussurrato, intimo e acustico. Forse la grafica con quei disegni elementari, forse il suo amore sempre più profondo per i gruppi indie americani o forse per i nuovi suoni esperimentati sullo stesso 13 ero pronto per un album di pop colto e ritmato, qualche cosa che stesse in bilico tra il disco solista di stephen Malkmus e quelche divagazione strumental-psichedelica un po’ floydiana.

Invece non è così. Paradossalmente la prima canzone è forse quella che incarna più tutto lo spirito dell’album : That’s All I Wanna Do che parte infatti sommessa, semplice, con una chitarra acustica un po’ scordata di quelle da vecchia cantina con la tastiera piegata… poi improvvisamente, senza nessuno stacco logico… il verso… BOOM! esplode, arriva una botta di suono che coglie totalmente impreparati, chitarre roboanti, la batteria che sembra come amplificata e satura ,l’aria con tom gonfi e rullate eccessive… tutto sembra precipitare nel caos, come un’esplosione di violenza data da chi, tenutosi troppi sentimenti e emozioni dentro, li esterna improvvisamente tutti assieme, come un’onda che da dentro travolge tutto, compreso se stessa. Questo, potremmo dire, è proprio un album fatto di emozioni, non punta molto sugli arrangiamenti sonori, la musica e affidata ad un acustico che riporta alla mente Nick Drake o un Seachange di Beck in versione rozza e sporca, il punto di forza forse è proprio sulle melodie vocali che cullano e ammaliano e sulla voce stessa di Coxon, nuda e cruda, senza neanche un accenno di reverbero o chorus, come se avesse registrato il tutto con un microfonaccio da pc. Cosa che può anche essere visto che questo album è di Graham in tutti i sensi, arte, grafica, book, batteria, bassi, suoni, registrazioni… tutto a targa Made By Graham Coxon; ma torniamo al disco. Where’d Do You go e In A Salty sea sono canzoni che rincorrono il cantato, molto libere, in cui la musica si piega alla voce, come se si stesse accompagnando una poesia recitata, A Day Is Far Too Long e soprattutto R U Lonely? riportano invece alla metrica della canzone standard, con tanto di ritmo fisso da seguire; quest’ultima poi è forse quella che si sarebbe potuta candidare a secondo singolo, ma l’unica “hit” estratta è stata la traccia seguente “I Wish”, e posso dire che c’è tutto quello che mi aspettavo: un lo-fi pop con accenni di noise, chitarre che stordiscono e la telecaster che grida al suo meglio. Hard + Slow è come il titolo preannuncia un ottimo “tirato” (sempre rispetto alle canzoni dell’album) ma che resta sempre una canzone acustica. Me You, We Two ha anche un pizzico di quella psichedelia floydiana che speravo, la batteria crea un’atmosfera che ricorda molto Set The Controls For the Heart Of The Sun.

Waiting è decisamente inutile, vuoi per l’arrangiamento scarno , che però è sempre così in tutto il disco, ma stavolta tocca l’eccesso, un lento e monotono pizzicato che porta a un leggero torpore dell’ascoltatore, come cadere in uno stato di catalessi. Direi che la scelta di questo pezzo in scaletta in questa posizione è una lezione che si impara stando nei blur… Best days – Charmless man; Beetlebum – Song 2 e l’ultima Out Of time – Crazy beat: dopo una canzone lenta arriva la bomba…. e infatti sul feedback della chitarra in chiusura di canzone, una rullata che sembra buttata lì per accordare la batteria introduce al tornando Who The Fuck? semplicemente incomprensibile nel testo, tranne che nel ritornello tanto la voce lotta con il ritmo forsennato e duro, contro le chitarre e il basso, ma soccombe nel suono e si capiscono soltanto bocconi di un testo allucinante. Decisamente da ascoltare solo per pensare a cosa avrebbero potuto essere i blur se non fossero andati dietro alle tastiere e i synth di Albarn.

Il disco si chiude con Morning Blues, un motivmo sul quale è facile immaginarsi Graham sotto la doccia , con quegli occhietti un po’ a palla che canta stonato mentre si lava. In definitiva un album che fa del suo essere scarno e nudo il punto di forsa, e proprio grazie a questo conquista… i rumori di sottofondo, le chitarre che sembrano uscire da una vecchia radio o dai vecchi 4 piste, il fruscio che si sente negli stacchi di silenzio regalano l’idea di un album il quanto più possibile casalingo. Grazie Graham.