DeVille, Willy – Loup Garou

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Reputo personalmente Willy DeVille un artista di razza, uno che prescinde qualsivoglia discorso sui generi o preferenze d’ascolto e punta solo a regalare al suo affezionato pubblico canzoni eccezionali. Un uomo ruvido, a tratti irascibile, uno che dice sempre come la pensa a prescindere da tutto, sia che si parli di musica che del suo passato – anche se chi ha adorato i Mink DeVille sarà addolorato dal leggere che non ne poteva più dei vecchi ottoni che caratterizzavano il sound della band.
Ma Willy va semplicemente preso così, nella sua ruvidezza, perché proprio da essa nascono le sue canzoni, sentimentali senza mai scadere nel banale e profondamente suggestive, con quell’aria di “realmente vissuto” che porta a pensare che l’artista newyorkese – ormai adottato dal mondo intero visti i suoi frequenti spostamenti, prima a Parigi poi nella suggestiva New Orleans – sia davvero uno degli ultimi romantici. Un personaggio semplicemente unico, che sembra venuto da altri tempi, come la foto da distingto gentleman di fine Ottocento sembra volerci mostrare nella copertina di “Loup Garou”.
Dopo gli ottimi “Miracle” e “Victory Mixture”, senza dimenticare l’eccellente “Live” ovviamente dal vivo, Willy regala ai suoi fan un altro gioiellino. Più personale e sentito del pure fantastico esordio con Mark Knopfler, di cui tutt’oggi non riesce ad apprezzare il sound nonostante con “Storybook Love” abbia pure sfiorato l’Oscar. Anche più vario a nostro giudizio dell’acclamato successore, “Loup Garou” (“Lupo Mannaro”) ci mostra un Willy DeVille a 360°, in tredici meravigliose song.
Il compito di aprire l’album spetta a “No such pain as Love”, una ballata dolceamara in cui il suono della fisarmonica ci ricorda molto le atmosfere della città romantica per eccellenza, quella Parigi amatissima dal nostro eroe, il quale però non vuole certo lasciarci crogiolare troppo nel sentimentale e ci dà una scossa con una dinamica “Runnin’ through the Jungle”, col suo blues vagamente esotico e il ritmo decisamente più sostenuto.
L’inguaribile animo romantico del nostro torna però a farsi sentire con la nostalgica e accattivante “When you’re away from me”,e poi con un’altra canzone d’amore da brivido, una delle sue migliori in assoluto almeno secondo il nostro parere: la dolcissima “Angels don’t lie”, giocata come il titolo lascia intuire su un interessant dualismo fra sacro e profano nelle poetiche lyrics.
Ritmi latinoamericani e cajun emergono prepotentemente in “Still” (più avanti proposta anche nella versione spagnola “Asi te amo”): qui a dire il vero la presenza di ottoni e ritmi caratteristici dei Mink ci fanno chiedere “ma non aveva detto basta agli ottoni?”, ma subito dopo – vista la bellezza della canzone – possiamo solo concludere che Willy è uno che se ne frega e fa quel che vuole, sempre alla perfezione.
“White Trash Girl” è un eccellente blues di vaga ispirazione Doors e “You’ll never known” una ballatona in duetto con l’eroina del pop country Brenda Lee. Dopo la ritmata “Ballad of the Hoodlum Priest”, la più lenta “Heart of a Fool” e la già menzionata “Asi te amo” ci avviamo a scoprire un lato finora insospettabile del nostro autore. Mr. DeVille si cimenta infatti in un brano che ci fa respirare l’aria malsana delle paludi della Louisiana: tamburi e cori tribaleggianti accompagnano quel misterioso rito voodoo intitolato “Loup Garou (Bal Goula)”, una formula magica che ci porta in un mondo oscuro e inquietante, ma allo stesso tempo terribilmente languido e sensuale.
Un genuino momento rock con “Time has come today”, cover dei Chambers Brothers, ed ecco che ci avviamo alla magnifica conclusione dell’album. Viene da pensare che Willy sia rimasto piacevolmente suggestionato da “Intervista col Vampiro”, che proprio nella magica Louisiana è ambientato, tanto da decidere di calarsi nei panni di un novello Lestat che intona una nenia ardente di decadente desiderio alla sua amata. Riuscirà davvero ad addormentarsi costei? Non ci è dato sapere, fatto stà che il nostro chanteur riesce qui ad essere magnificamente gotico, senza scadere in clichées banali e con molta personalità. Ma da uno come lui è scontato aspettarselo.
Un artista vero in tutti i sensi, e quest’album è una delle migliori occasioni per scoprirlo.