Dios – Dios

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

I Dios sono un simpatico sestetto della california, della stessa parte di california in cui -come tengono loro a precisare- hanno vissuto per un po’ i Beach Boys.
Proprio il gruppo di Brian Wilson è il modello ispiratore per il loro primo album d’esordio, carico di melodie acustiche con interventi delicati di tastiere, note di piano che spaziano all’orizzonte mentre cori dolci li accompagnano. Ma il disco non è così retrò come si potrebbe immaginare, molte volte scendono in campo un piacevoli synth e qualche spunto elettronico che aiutano molto il suono del gruppo, rendendolo più ricco, moderno e piacevole, “staccandolo” dal rischio di restare incollati a un’etichetta New Acoustic movement (just another girls).
Ascoltandolo con attenzione si trovano però molte altre influenze che vanno ben al di là dei Beach Boys (forse vanno anzi + vicini ai Thrills, ma siamo sempre lì), che compaiono in brevi pop song (Starting Five, 50 cents, you’ll get yours, Birds) che poi sono la parte meno accattivante del lavoro. Ci sono echi della psichedelia degli Alfie, della voglia di giocare con i suoni dei Grandaddy e soprattutto dei beatles non incarnati in Paul o Lennon, o per lo meno non in quel Lennon.
Il disco mi ha riportato alla mente sin dal brano d’apertura (Nobody’s Fault, un bellissimo motivo che si abbandona a una voce delicata) a Into the Sun di Sean Lennon. Hanno proprio lo stesso incedere ritmico, lo stesso stile nel fare pop dolce senza mai alzare i volumi o la voce.

Un buon lavoro quindi, ma resta uno di quei dischi che ascoltati nei mesi freddi dà molto di più che sentirlo ora in estate. Immaginatevi quindi i Dios come una sorta di Grandaddy che camminano verso il tramonto sulla sabbia, accanto al mare.
E soprattutto d’autunno.