Ninefold – Motel

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Impressionante.
“Motel” dei Ninefold è uno di quegli album che tolgono le parole di bocca, vuoi per la qualità del prodotto in sé, vuoi per il fatto che ad averlo realizzato è stata una band made in Italy, di Ravenna per la precisione. Ma questo in fondo è solo un dettaglio.
Antonio, Mattia, Stefano ed Enrico sono quattro ragazzi davvero in gamba che hanno posto le basi per dar vita a qualcosa di grande, assolutamente meritevole di successo. Le tredici songs che compongono l’album ci mostrano infatti di stare di fronte a un gruppo davvero serio, un vulcano di idee perfettamente realizzate grazie a una produzione semplicemente eccezionale, ad opera dei Ninefold stessi e di Alessio Apollinari, che ha valorizzato ogni singola nota.
Riunire diverse soluzioni già sperimentate da gruppi più celebri con una personalità e una convinzione simile non è da tutti. Leggendo altre recensioni non posso che concordare col parere di Lorenzo Marranodi di Psycho, che vede nelle loro sonorità un ottimo incrocio fra due delle realtà più geniali del nostro tempo, quelle di Tool (per le parti più “hard”) e Dredg (per quelle più emotive) ed il post-grunge (poco a dire il vero), un paragone per nulla “blasfemo” – come in molti altri casi è invece stato – che può benissimo dare un’idea di quello che un disco “Motel” può regalare a chi decidesse di dargli una chance.
Ma come già detto, è la personalità di questi quattro ragazzi ad avermi colpito in particolar modo: il loro non è un mero copia-incolla di quanto fatto da altri come spesso accade a chi si cimenta con queste sonorità, i nostri ci mettono semplicemente l’anima dando vita a dei pezzi profondamente intensi che rimangono impressi. Gli arrangiamenti sono ottimi e mai banali, carichi di atmosfere notturne al punto di essere addirittura inquietanti in pezzi come l’iper-distorta ballad “Milkbox” o l’intermezzo strumentale “Vampire Supermarket”, in cui un brivido sale lungo la schiena.
L’interpretazione vocale di Antonio è semplicemente da applausi, davvero toccante nei momenti più melodici quali “The Sleeper” o “Tester”. La parte conclusiva dell’album merita un discorso a sé, perché in essa viene fuori la vena più prettamente sperimentale della band, dapprima con tre brani legati fra loro, la sequenza “Simon 1” – “Dounat Boy (and his chocolate girlfriend)” – “Simon X”, che unisce in ordine un pezzo dalle forti e bizzarre tinte noir, una strumentale in puro stile Tool e una conclusione semiacustica che unisce arpeggi di chitarra, che mi hanno molto ricordato le soundtrack di qualche vecchio film horror, a soluzioni elettro-industriali: il risultato è una specie di suite dalle atmosfere contrastanti e sinistre, uno dei momenti più notturni dell’intero album.
Il bello però è il brano conclusivo “Amigdala”, lunga composizione (oltre 16 minuti) che alterna melodie, hard rock e momenti puramente ambient con un campionamento preso e rielaborato dalla fantastica “Forbidden Colours” di Ryuichi Sakamoto.
Insomma, una prima prova di maturità superata alla grande per il combo italiano, “Motel” è un album emozionante e godibilissimo, ma allo stesso tempo ricco di soluzioni raffinate che soddisferanno gli ascoltatori più esigenti. Davvero consigliato.