Soulfly – Prophecy

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

Mettiamo subito in chiaro una cosa: “Prophecy” non è il nuovo “Roots” ma ci si avvicina molto in quanto a idee e qualità. Il quarto album dei Soulfly convince sin dal primo ascolto ed è, con tutta probabilità, la cosa migliore prodotta da Max Cavalera dalla sua separazione dai Sepultura. In questo lavoro, da lui interamente prodotto e missato da quel genio di Terry Date (già con Deftones, Limp Bizkit e Pantera), Max riesce finalmente a dare quella coerenza e quella coesione che erano mancate ai lavori precedenti, in particolare al sin troppo sperimentale e un po’ sconclusionato “3” e a “Primitive”, basato soprattutto sulla presenza di ospiti illustri come Corey Taylor degli Slipknot (e Stone Sour). Nelle dodici tracce di “Prophecy” tutto è perfettamente a fuoco e il crossover tra metal, reggae e musica etnica è equilibrato e concepito con intelligenza: ascoltare la sognante melodia di “I Believe”, le affascinanti sonorità di “Moses” (suonata con gli Eyesburn, una band originaria della Serbia) e la potenza di “Mars” per credere. Le radici hardcore e metal del gruppo sono comunque ben evidenti sia nella title-track sia in “Living Sacrifice” ed “Execution Style”, tre pezzi in perfetto stile Soulfly che hanno il compito di aprire il disco e di mettere in chiaro da subito i toni ed il ritmo di questo “nuovo viaggio sonoro” come lo stesso Cavalera ama definire ogni suo lavoro. Come da tradizione è poi presente un pezzo strumentale che porta il nome della band: “Soulfly IV”, sospesa tra ballata e flamenco e valorizzata da un grande arrangiamento, è una delle perle dell’intero album insieme con la granitica cover di “In The Meantime” degli Helmet.
La band è ancora una volta completamente rinnovata nella line-up, una scelta ben precisa portata avanti con decisione da Cavalera che dalle pagine del suo sito (www.soulfly.com) dichiara: “Ho cambiato line-up per ogni disco dei Soulfly e continuerò a farlo. Non ho mai voluto che i Soulfly suonassero come i Metallica: mi piace cambiare le cose e suonare con persone che mi colpiscono per creare insieme qualcosa di nuovo”. Questa volta Max ha chiamato alla sua corte l’ex-chitarrista degli Ill Niño, Mark Rizzo, e il batterista Joe Nunez con il quale aveva già lavorato per “Primitive”. Le linee di basso sono state, invece, equamente divise tra l’ex-Megadeth Dave Ellefson e l’ex-Primer 55 Bobby Burns.
È davvero un piacere ritrovare ispirato ed in buona forma un personaggio fondamentale della scena (nu)metal come Max Cavalera e “Prophecy” fa ben sperare per il futuro di questa band che sarà dal vivo in Italia il 12 giugno al Flippaut Festival in compagnia di Korn, Godsmack e Ill Niño. Una curiosità: l’album è uscito anche in versione digipack con 6 bonus tracks dal vivo (tra queste troviamo “Back To The Primitive”, “No Hope=No Fear” e “Roots Bloody Roots”).