The Bees – Free the bees

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A un primo ascolto i Bees sono uno dei tanti gruppi orfani degli anni 60 che “ci provano” seguendo la massima “se ce la fanno i Thrills perchè io no?”.
A un secondo ascolro i Bees si rivelano un gruppo al limite dell’imbarazzante, con melodie leggermente lagnose, stucchevoli e vuote.
Il consiglio principale è quindi quello di fermarvi all’ascolto numero… zero.

Non c’è veramente nulla in questo album che possa andare al di là di un momentanea tamburellare il tempo con le dita per via di un motivetto che -un po’ come tutto il disco- sembra già sentito ma si fa fatica a ricordare dove. E in fondo non ce ne frega anche un granchè. Se era un motivo interessante avremmo ricordato il titolo e l’autore, e invece no.
Un po’ come per questi… come si chiamano?
Ah sì i Bees, con i loro bei cantati corali, gli ottoni che affiorano ogni tanto, gli Uh-uuuuuh dei cori e quell’organo hammond, un bel mix che, per mancanza di melodia o di canzoni degne di essere chiamate tali, risulta veramente indigesto e pesante. Va bene il ripescare gli anni 60, ma almeno un minimo di personalità, di sound, di tiro. Sembra quasi che i Bees siano un omaggio a quegli anni, rivisitati però nelle canzoni sconosciute e minori di artisti sconosciuti e minori. Un disco che quindi dista molto dai traguardi che si prefiggeva, e che -ad essere proprio cattivi- si allontana sempre più dal traguardo perchè sta viaggiando in retromarcia.

Unica attenzione per The russian, un simpatico strumentale ritmato di 5 minuti, che pecca solo in ovvietà (in 5 minuti mi immaginavo chissà quali cambi di melodia floydiani, e invece nulla…) e hourglass, che è una canzone… un po’ come tutte le altre: futile e inutile, ma almeno ha un bel beat.