Can – Tago Mago

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Mentre l’Inghilterra stava conoscendo i maggiori esempi di rock progressivo, a cavallo dunque tra la fine dei sessanta e l’inizio dei settanta, la Germania stava letteralmente impazzendo grazie alle gesta di alcuni gruppi fuori di melone, affascinati dalla musica elettronica e d’avanguardia. Mai sentito parlare di Tangerne Dream e Faust? Ovviamente sì, ma ci fu un gruppo che riuscì a declinare il rock secondo paradigmi davvero insoliti e particolari, un po’ psichedelici, un po’ progressivi, un po’ niente di tutto questo viste le forme volutamente sgangherate e imperfette di certe loro composizioni. In una parola, i Can. Grazie all’opera di riesumazione portata avanti dalla Mute Records, ritrovano vita i primi quattro capitoli, rimasterizzati in SACD, della loro discografia. Occuparsi di “Tago Mago” è una scelta obbligatoria, sia da un punto di vista storico, sia da quello puramente personale. “Tago Mago” esce nel 1971, dopo un paio di album, “Monster Movie” e “Soundtracks”, in sordina a causa di strategie promozionali poco più che amatoriali. Dunque trattasi del vero esordio dei Can, in cui la loro proposta si fa più decisa e corposa, benché permeata da quel piacevole senso di obliquità riscontrabile un po’ ovunque nella loro discografia. Si avvertono pulsazioni spaziali, ben espresse dal poderoso lavoro ritmico del basso di Holger Czuckay e da un certo estetismo percussionistico che ne valorizza l’incedere. Notevoli le suggestioni evocate dalle tastiere di Irmin Schimdt, ispirato da certa psichedelia cosmica, lidi sonori toccati peraltro anche dagli straordinari affreschi di chitarra, continuamente alla ricerca di una melodia su sali scendi armonici a dir poco imprevedibili. In queste descrizioni trovano i loro motivi d’esistenza autentiche perle di sperimentazione sonora come “Mushroom”, ma soprattutto gli oltre 18 minuti di “Halleluhwah”, un capolavoro d’avanguardia psichedelica, in cui il suono Can diventa sontuoso e personalissimo, deliziosamente pazzoide, continuamente in bilico tra botte e risposte tra la voce imperfetta di Suzuki, frammenti chitarristici, e spettacolari viaggi cosmici dettati dalla sezione ritmica e da soluzioni elettroniche. Non sono da meno i successivi 17 minuti di “Aumgn”, inaugurati da un preludio spaziale derivato da giochi di delay e bizzarri effetti volanti non identificati, che sfociano in una orgia di suoni e pulsazioni inquietanti dal gusto sperimentale. Con tutta probabilità siamo di fronte al traguardo sonoro ideale cui auspicavano i Pink Floyd post Barrett. La suggestione derivata dall’impiego estremo dei ritardi è uno dei motivi principali dell’album, ancora riscontrabili nella seguente “Peking 0”, prima applicati ai disegni vocali di Suzuki, successivamente agli ambienti costruiti dalle tastiere e dalle chitarre. E’ davvero incredibile constatare dove andrà a finire questo brano, vale a dire in una apoteosi sperimentale influenzata dal free jazz ma più in generale da una follia musicale indicibile. Da non sottovalutare l’aspetto sonoro di “Tago Mago”, non perfetto ma estremamente affascinante nella sua ricercata ruvidità, sia per gli striduli creati dalle chitarre che per la compattezza legnosa del lavoro delle percussioni, senza dimenticare i già citati giochi sonori suggeriti dai ritardi costantemente udibili sullo sfondo.
Senza mezzi termini siamo di fronte ad uno dei maggiori esempi di rock sperimentale di tutti i tempi, temine di confronto imprescindibile per lo sviluppo di certe forme sperimentali degli anni 80 e 90, nonchè uno dei grandi dischi degli anni 70, che si pone come sicura alternativa ai soliti ascolti proposti dalla contemporanea scena progressiva inglese. Un must ovviamente per chi fosse alla ricerca di musica “particolare”, ricercata e pazzesca. A mio parere la vetta artistica raggiunta dai Can.