Wilco – A ghost is born

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Qualcuno temeva il confronto con “Yankee Hotel Foxtrot”, disco bellissimo osannato da critica e pubblico che sin da subito aprì enormi interrogativi sul disco che avrebbe dovuto raccoglierne la scomoda eredità. Ed eccoci quindi arrivati al dunque: non solo “A ghost is born” è degno erede di quel capolavoro, ma è ancor più riuscito. Più riuscito nell’essenzialità e nel diretto incedere emotivo, più smussato e meno ambizioso, più disco e meno evento. Insomma, per farla breve, l’opera magna di uno degli acts più importanti del folk rock contemporaneo.
E lo si intuisce sin dalle prime battute, ovvero da quella sommessa chitarra di “At least That’s what you said” così maledettamente cupa e oscura, il cui richiamo così familiare tende ad alcune rassicuranti note di pianoforte che non si fanno pregare, fino a che la sofferente voce di Jeff Tweedy giunge attraverso un solo ed unico sussurro di dolore, per poi lasciare la scena ad un accattivante squarcio strumentale in cui ricevono vita ricami melodici dal grande effetto in alternanza ad opportune bizzarrie distorte. Mano a mano che entriamo nel cuore dell’opera affiorano altri episodi di indicibile bellezza come “Hell is chrome”, davvero una perla di delicatezza musicale forte del senso romantico tipico delle grandi canzoni della storia del rock, oppure “Spiders” che sembra essere stata concepita da un qualche maniaco pentito del rock elettronico degli anni 70, la cui posizione strategica nel climax del disco la rende quantomai opportuna. Tra suggestioni più propriamente folk si adagia ”Muzzle of Bees”, con azzeccati “stop and go” e alcuni momenti riflessivi ben sottolineati da un immaginifico organo farfisa. Guai a confinare frettolosamente “Hummingbird” tra i soventi tributi ai Beatles, in realtà questa canzone manifesta la straordinaria ricerca del particolare dello stile unico dei Wilco, qui evidenziata da suggestivi ricami di violino fluttuanti sullo sfondo. Altro momento di rilievo in “Company in my back”, la cui grande semplicità è pari solo alla sua straordinaria bellezza.
Un lavoro sublime, un sound sognante ma al contempo viscerale, tipico dei grandi artisti che hanno fatto storia (leggasi soprattutto Neil Young) e ai quali questo disco pare ispirarsi. Nonostante i problemi di salute che hanno afflitto J. Tweedy di recente, i Wilco sono riusciti a fare meglio di chiunque altro, meglio addirittura dei Wilco stessi, andando contro al destino che si è soliti appiccicare precipitosamente ai dischi che vengono dopo certi capolavori. Un disco da non perdere.