Mugison – Mugimama – This is the monkey music?

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

A distanza di un anno dal precedente capolavoro Lonely Mountain torna Mugison, islandese con la passione per l’elettronica e il folk trapiantato a Londra e poi tornato in patria. Dopo aver aperto tour per Mùm e Superfurry animals, dopo aver suonato da solo al Sonar Festival e dopo aver composto una colona sonora (Niceland) esce ora Mugimama, disco che colpisce per la maturità dimostrata già alla seconda prova e che ha incredibilmente nel suo punto di forza maggiore anche il suo punto debole. Le peculiarità di Lonely mountain vengono infatti stressate e portate all’eccesso, creando un album inquieto, con repentini cambi di umore e atteggiamento del sound che, a dir il vero, conquistano dal primo ascolto, ma ragionando distaccatamente sbilanciano l’album, che non riesce ad avere un equilibrio interno come il suo predecessore, sembrando a tratti una raccolta di pezzi sparsi. Il sound generale è sempre quel folktronica carico anche a The Books-Scott 4, ma quel che prima era un velato folk adesso prende il sopravvento, autocontaminandosi con un cantautorato acustico in stile Damien Rice (per i risvolti pop) – Tom waits (per quelli blues), mentre l’anima Soul che respirava sotto gli strati di glitch elettronici diventa schizofrenica liberandosi in 2 composizioni nevrotiche ed eccessive:I Want You, struggente e disperata come I’m on Fire del precedente lavoro, e Sad As a Truck, una moderna Talk About The Blues, sincopata e confusionaria, con i suoi strati di campionamenti che si accavallano spingendo tra di loro su un loop essenziale, mentre lo stesso Mugison gioca con voci e vocoder, ansimando attraverso i distorsori e lanciandosi in grida alla James Brown. Fanno da ponte verso i brani più intimi del disco tracks che mischiano sapientemente l’acustico con l’elettronico quali Chicken song che vede l’incrocio di voci tra Mugison e la sua Mugilady su un sound che farebbe gola ai Portishead;Salt, con un recitato femminile non poco inquietante tra gli archi (ricordi di Califone)e 2 Birds, i pezzo romantico di Mugison, sempre carico di quella tristezza e di quell’abbandono che sembra affliggere tutti gli Islandesi. Infine ci sono le composizioni puramente folk, che sono il punto di forza di questo nuovo lavoro: I’d Ask e Murr Murr sono le due vere perle del disco, la prima umidadi lacrime amare, rassegnata e sofferente, la seconda incalzante ballad dal fingerpicking contagioso. Non da meno infine lo sgangherato walzer di What i Would say in you funeral (con ospite Ragga Gisl) sembra provenire dalle session di Electroshocking blues degli Eels. 3 diversi comportamenti e 3 diversi stati d’animo quindi, che dimostrano una mancanza di uniformità che porta anche ad avere sul disco strane composizioni come Never Give Up (non poteva tranquillamente essere la fine di Chicken song?) e soprattutto Swing Ding, 30 secondi di gioco col vocoder che alla fine risultano inutili e fuori luogo anche perché –nota dolente del disco- sembra che Mugison parla a rutti (triste a dirsi, ma bisognava dirlo). Se già conoscete Mugison e avete sentito i precedenti lavori questo sbilanciamento non vi influenzerà più di tanto, abituati (come spero siate) alla sua passione per le batterie elettroniche/rumori di sottofondo e al blues imparato con la sua prima chitarra. Se invece questo per voi è l’approccio sono comunque convinto che resterete colpiti dal lavoro, dal fascino e dalla personalità di ogni singolo pezzo che emerge distintamente all’interno del lavoro. Anche troppo. Forse siamo davanti al primo caso al mondo in cui qualche “pezzo cuscinetto” avrebbe aiutato di certo il disco.