Young, Neil – Harvest

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Mettersi a scrivere di un album come “Harvest” è quanto di più difficile un recensore si possa accingere a fare perché, a parte la notorietà del disco in questione – dubito che vi sia davvero qualcuno che non abbia mai visto questa copertina, e se così fosse inizierei seriamente a preoccuparmi – e i milioni di copie vendute, il quarto lavoro solista di Neil Young è a tutti gli effetti un album imprescindibile quanto a bellezza e contenuti, e mettersi a parlare di esso è quasi inutile. Però siamo qui a fare il nostro sporco mestiere, e se leggendo questa recensione qualche amante della Musica che ancora non ne possiede una copia deciderà finalmente di provvedere, o se anche solo qualcuno decidesse di riascoltare questa meraviglia, allora non potremo che essere soddisfatti. “Harvest” uscì nel 1972 ed sebbene Neil Young ancora oggi ricordi quanto fu facile («”Harvest” was just easy») buttar giù la decina di pezzi che avrebbe composto il disco, la sua pubblicazione dovette subire un ritardo di un anno circa: infatti, nel 1971 Neil dovette operarsi alla schiena per una duplice ernia, ma nonostante ciò egli stava vivendo un momento particolarmente felice nella propria vita, felicemente innamorato della sua fidanzata di quegli anni, Carrie Snodgress («I was an in-love and on-top-of-the-world-type guy). Quello che pervade l’intero album è dunque un mood felice e positivo, fatta eccezione per un paio di momenti drammatici di cui diremo in seguito, che riflette anche l’ottima situazione in cui l’album fu registrato, fra Nashville e Londra. Alla realizzazione di “Harvest” prese difatti parte uno staff totalmente nuovo che riuscì ad assecondare perfettamente i desideri del rocker canadese. Nelle vesti di produttore, Elliott Mazer – molto noto nella scena folk e in quella country di Nashville – sostituì David Briggs, collaboratore storico di Neil; gli Stray Gators furono invece la band che accompagnò il nostro, una specie di supergruppo i cui membri vantavano già un’ottima esperienza: il bassista Tim Drummond aveva suonato nientemeno che in un’altra pietra miliare come “Blonde on Blonde” di Bob Dylan e in seguito avrebbe suonato e scritto pezzi anche con J.J. Cale; Ben Keith fu l’abile chitarrista che permise finalmente a Neil Young di inserire una chitarra pedal steel in un suo album; infine, il batterista Kenny Buttrey fu anch’egli con Dylan in “Blonde on Blonde”. Se a questa valida band aggiungiamo poi la presenza di artisti come Jack Nitzsche, James Taylor e Linda Ronstadt, più due brani accompagnati dalla London Philarmonic Orchestra, possiamo ben capire come gli ingredienti per dar vita a un capolavoro ci fossero tutti. In quei mesi a Nashville (febbraio – settembre 1971), dove si era recato per partecipare allo show di Johnny Cash, Young diede vita a quello che sarebbe stato il suo album più venduto di sempre: nel 1994 “Harvest” conseguì difatti il quarto disco di platino, mentre il singolo “Heart of Gold” fu l’unica hit #1 nella carriera di Neil, avendo raggiunto quella posizione nelle chart americane il 18 marzo 1972. Quello che fu il lato A del vinile di “Harvest” contiene alcune fra le ballate più belle mai realizzate nella storia del country-rock e non solo. Il disco si apre con la delicata “Out on the weekend”, una classica ballad da viaggio in cui Neil sembra volerci coinvolgere nella gita musicale che sta per intraprendere, in cerca della sua Carrie, alla quale è appunto dedicato il brano che dà il titolo all’album. Accompagnato dalle soavi note del piano di John Harris, Neil Young in “Harvest” dà vita a una delle sue interpretazioni più toccanti, calandosi perfettamente nel ruolo del trovatore solitario che canta della promessa fatta alla donna che ama. Non esistono davvero parole che possano rendere giustizia alla bellezza di questa canzone, qui semplicemente la storia del rock tocca una delle vette più alte e non possiamo che invitare al suo ascolto chi ancora non lo avesse fatto. “A man needs a maid” assieme a “There’s a world” è forse l’episodio che ha fatto sì che “Harvest” venisse considerato comunque un album minore rispetto a capolavori come “After the Gold Rush”, “On the Beach” o “Tonight’s the night”: Neil Young e Jack Nitsche registrarono questi pezzi dal vivo nel marzo 1971 con la London Symphony Orchestra, una produzione certamente notevole ma che ancora oggi ci sembra stonare con la musica di Neil, fatta essenzialmente di un approccio più rustico e semplice, che giammai ha necessitato di pomposità simili. Ad ogni modo, si tratta di due buoni brani in cui la drammaticità è fatta sicuramente risaltare dall’uso dell’orchestra, anche se certamente non sono annoverabili fra i capolavori di Neil. Bob Dylan negli anni ’80 ammise candidamente di aver odiato “Heart of Gold”, non riuscendo a capacitarsi di come non avesse potuto scriverla lui, visto che la sentiva terribilmente sua, e questo giudizio schietto del grande Bob credo sia il miglior tributo che Neil Young abbia mai ricevuto per questa canzone, che riprende in parte il tema di “After the Gold Rush”, con l’icona dell’eroico minatore che attraversa vaste lande in cerca dell’oro e soprattutto di sé stesso. La “Are you ready for the country”, ai cui cori ci sono le inconfondibili voci degli amici David Crosby e Graham Nash, è a modo suo un tributo a uno dei più grandi bluesmaster di sempre: Neil raccontò di essere stato ispirato da un giro di blues di Howlin’ Wolf che l’amico Nitsche stava suonando, e chhe fu puntualmente ripreso in questa Nashville-ballad. Di “Alabama”, anch’essa con Crosby & Nash, si disse molto per via di una presunta querelle coi Lynyrd Skynyrd: il tema dell’americano “southern” razzista e cattivo aveva già caratterizzato l’amara “Southern Man”, e corse voce che la band di Ronnie Van Zant avesse composto “Sweet Home Alabama” in tutta risposta al “nemico”; in realtà, non vi fu nessuna acredine fra le due parti, fra Young e gli eroi del southern vi era una grandissima stima, tanto che Ronnie vestiva spesso t-shirt raffiguuranti l’artista canadese durante i concerti, proprio come nella foto dell’artwork di “Street Survivors”. In “Old Man”, altro esempio di perfetta ballata country, possiamo apprezzare il fantastico coro di voci ad opera di Linda Ronstadt e del grande James Taylor (che si occupò dei cori anche in “Heart of Gold”), alle prese anche col banjo, ma il miglior brano del lato B di “Harvest” è sicuramente “The Needle and the Damage done”: registrata dal vivo presso la UCLA University, in questa lenta e disperata ballata acustica Neil canta il dolore per la prematura scomparsa di Danny Whitten, membro dei Crazy Horse morto per overdose. Le atmosfere country hanno ormai ceduto il posto al folk d’autore, e la drammatica ”Words” chiude con grande intensità l’album. Altro non resta da dire, “Harvest” rientra certamente fra quegli album storici che almeno una volta bisogna sentire e del quali molti si sono innamorati. Neil Young forse non ha raggiunto in esso la perfezione che ha caratterizzato altri suoi lavori, ma questo disco rientra a tutti gli effetti fra le migliori cose da egli prodotte, e la bellezza delle composizioni presenti in esso ci permettono sicuramente di annoverarlo fra gli album immortali della storia della musica. Da scoprire, se ancora non ne avete avuto modo.