Luca Correnti – Che c'entra Iside?

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E’ facile cedere quando si assiste all’estrema dedizione e all’inesauribile impegno di un giovane che prova in tutti i modi a concretizzare il suo sogno. Scrivi, componi, produci, canti e suoni per anni e anni perché corpo e mente gridano “musica” e niente più. E ok, avrai anche trovato un lavoro salariato che vorrebbe offuscarti la mente ma quella fottuta vocina continua ancora a gridarti dentro che è sempre l’occasione buona per sbarcare il lunario e realizzare l’album perfetto. Leggendo la biografia del catanese Luca Correnti ho immaginato questo scenario. Troppo facile lo so, ma dal 93 ad oggi il ragazzo ha macinato musica e parole senza tregua, e di certo non si può dire che non abbia esperienza. Molteplici le sue sperimentazioni e oltremodo bizzarro il corso che ha seguito il suo cammino artistico. Inizia con una band, Carpe Diem, che realizza brani propri e metal-covers, successivamente entra a far parte dei Sinoath, dark metal band dell’underground italiano. Poi arriva alla fondazione dei Kerigma, band rock, affiancata ad un’altra band indie-rock di Catania, gli Ikara. Nella fase più recente, tra un demo di post-grunge e un side-project di melodic death metal, inizia a farsi sentire sempre più vivo l’animo pop che è in lui, che lo spinge alla sterzata stilistica e alla composizione di un demo completamente da solo, ed è proprio nel 2005 che da vita a “Che C’entra Iside?”. Effettivamente non so proprio cosa c’entri, così come è altrettanto inspiegabile lo straripante sound pop che si coglie all’ascolto, visto in rapporto al suo background musicale nettamente in contrasto. Lui lo definisce un viaggio all’interno del proprio animo, tra il rock e il pop, ma io, dal mio canto, l’ho trovato un po’ troppo melodico e certo il rock in questo viaggio è rimasto decisamente a casa. Un intro quasi convincente con “Il Colore Intenso Di Tre Pietre D’estate” che mi ha incuriosito non poco. Una chitarra acustica dolce e un piano delicato in piena sintonia con il vento, le onde del mare, la voce di una bimba che canticchia una filastrocca e altre voci maschili deboli e confuse sullo sfondo. Parte “Ma_riposa” ed ho il primo approccio con il colore della sua voce, e ammetto che giunta alla terza traccia “Rugiada” ahimè mi tocca storcere il naso. Un timbro smielato e bambinesco, con la propensione alla pronuncia delle vocali in modo eccessivamente aperto e con il sostegno di un “integrazione” nasale che mi ricorda vivamente un tal di nome Daniele Groff, specialmente in “Riconoscenza Inutile” e in “Come Ti Pare”. E non me ne voglia se anche il sound mi riporta allo stesso nome durante tutto l’ascolto. Insomma un album che non rientra propriamente nelle mie preferenze musicali, e anche se il ragazzo se l’è suonato e cantato tutto da solo in maniera encomiabile, continua a risuonare troppo pop, troppo pieno di melodie ordinarie e di facile ascolto e sicuramente molto ma molto poco rock per le mie orecchie. Un prodotto che nel filone mainstream avrebbe però grandi riscontri se solo questo ragazzo potesse contare con più facilità sull’avvicinamento di qualche spietato discografico. Mi auguro solo che la sterzata stilistica compiuta non sia stata determinata dallo svilente convincimento che questo tipo di pop renda sensibilmente più probabile farsi notare.