Waits, Tom – Closing Time

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All’inizio degli anni ’70, c’era un giovane artista che si aggirava per i piano bar della California proponendo il suo repertorio. Poco più che ventenne, la sua voce era già roca per il troppo fumo e alcool, e dotata di quell’espressività che è propria solo degli artisti più navigati e di coloro che hanno vissuto molto e intensamente. Questo giovane artista nelle sue canzoni parlava di vinti e delusi, ma anche di suggestivi viaggi notturni in macchina, di grandi amori nascenti e di altri che nonostante il tempo passato e la nostalgia sono ancora vivi, di suggestive passeggiate metropolitane nel profondo della notte in cerca di un bar… e no, non crediate che il suo fosse il solito repertorio da piano bar, in cui la musica alla fine diventa solo un soffuso, convenzionale accompagnamento per chi vuole affogare i dispiaceri in qualche bicchiere di liquore. Sì, questo giovane aveva del talento e un tale Herb Cohen, che già fece da manager a un tale Frank Zappa, se ne accorse e lo portò sotto la propria egida, con un contratto per la Asylum. Fu così che egli poté pubblicare il suo primo album, dimosrando tutto il suo talento sopraffino per la musica, capace di dar vita ora a raffinate sonorità jazz nostalgiche e amare, ma mai rassegnate, ora a delicate ballate per chitarra acustica o solo pianoforte, ora ancora a stupendi ibridi jazz-funk. Fu l’inizio di una brillante carriera, fatta di qualche basso, certo, ma soprattutto di canzoni e album meravigliosi, che avrebbero segnato tre decadi di onorata carriera e ispirato un nutrito seguito di artisti giovani e già affermati, che ne avrebbero proposto diverse versioni coverizzate. Sicuramente la storia di Tom Waits non è quella di un artista di piano bar baciato dalla fortuna, ma si potrebbe in fondo pensare che sia davvero andata così. L’intensità dei testi e delle interpretazioni di Waits fanno di questo “Closing Time”, uscito nel lontano 1973, un album di assoluto valore, un debutto sfolgorante per quello che si sarebbe rivelato uno dei più importanti musicisti dei nostri tempi. E da allora ne ha fatta di strada Tom Waits, sfornando una buona serie di album entro lo stile di questo suo primo capolavoro (“Small Change” del 1976 e “Blue Valentine” del 1978 su tutti) per poi imprimere delle drastiche volte alla sua musica a partire dagli anni ’80, dapprima rafforzandone la componente teatrale negli anni ’80, complice il suo interesse per il cinema e il teatro – memorabili le sue apparizioni in “Coffee and Cigarettes” e “Daunbailò” di Jim Jarmusch – e in seguito effettuando addirittura una svolta rumoristica con l’album cult “Bone Machine”, successo recentemente bissato dal superbo “Real Gone”. Nel mezzo, qualche lunga pausa di riflessione verso la fine degli anni ’90, ma si sa che i grandi artisti ogni tanto hanno bisogno di staccare la spina. Alla fine ci siamo dilungati un po’, però all’inizio di tutto questo c’è stato questo meraviglioso “Closing Time”, con i suoi notturni “Ol’ 55” e “Midnight Lullaby”, le amare “Lonely” e “Midnight Lullaby”, le dolcissime “Martha” e “I Hope I that don’t fall in Love with You” – che la brava Emiliana Torrini ci ha recentemente riproposto – e così via… Ma più in generale forse è più giusto parlare del mood vissuto ed emozionante delle sue canzoni, nonostante la ruvidità burbera di Tom Waits, uomo dalla scorza dura e personaggio difficile, che però evidentemente cova dentro di sé una sensibilità fuori dal comune. Tutto è partito da qui insomma, e un motivo migliore per spingervi ad ascoltare “Closing Time” mi è davvero difficile trovarvelo…