King Biscuit Time: Beta Biscuit Time

E' nato un nuovo covo per la musica nella capitale, e non c'è stato modo migliore per inaugurarlo con 2 miti della musica pop: Mason e Alan McGee. Dopo esser stato conosciuto come ottimo locale per la musica originale (e non) il Jailbreak apre finalmente le porte all'indie, iniziando così una stagione ricca di concerti (prossimi nomi in cartellone British Sea Power e Brakes). A festeggiare questa nuova nascita 2 anteprime, la prima a livello nazionale: Dj Set di Alan McGee, l'uomo che ha dato ai fan di Glastonbury la voglia di ballare nonostante il fango fin sotto le ascelle; l'altra a livello mondiale: Mason che presenta la sua nuova creatura di nome King Biscuit Time. E' un nome che dice poco o nulla, ma se specifichiamo che il simpatico giovanotto in questione (più che giovanotto sembra un ragazzino) è stato il leader della Beta Band, uno di quei gruppi di nicchia e di culto per molti le cose cambiano. Dopo lo scioglimento del gruppo, dovuto più alle delusioni del mediocre Heroes to Zeroes che alle solite “incomprensioni artistiche”, Mason si è preso un po' di tempo per sè, lavorando dietro il mixer per pochi amici, stando più dall'altra parte del vetro che divide il banco delle registrazioni dalla sala prova. Ormai è passato abbastanza tempo per riprendersi e tornare con la chitarra in mano, e l'attesa è pari solo alla curiosità. L'ultimo Heroes to Zeroes aveva aperto territori meno easy rispetto all'ottimo Hot Shots II, lasciando tuttavia un senso di incompiutezza e di fragilità all'interno delle canzoni. Come suoneranno quindi le nuove composizioni? La domanda è lecita, visto anche l'assetto live della band: basso+chitarra+tastiere. Nessuna batteria se non qualche bongo e campanaccio, e un'immenso rack a lasciar intendere che molto spazio sarà dato alle basi pre-registrate. Il concerto è stato ottimo (grazie anche a un'acustica che pagherei sempre il doppio di ogni biglietto se mi fosse assicurata esser sempre così), le canzoni un po' meno in verità. Così su 2 piedi non c'è stato un pezzo che emergesse rispetto agli altri, che avesse una personalità distinta e facilmente riconoscibile. L'arrangiamento è stato troppo classico e scontato (ma non scordiamoci che la formazione era un trio) e l'unico ricordo che ho è una serie di drum machine dai tempi molto beat su cui la chitarra costruiva riff ingegnosi. Un buon inizio si potrebbe pensare. ma dov'è allora il difetto? Semplicemente la “forma canzone”. La mancanza di un netto chorus/bridge/special etc etc appiattisce I brani, che sembrano il più delle volte pezzi scartati da Mike Skinner rivisti in chiave South o Arnold, mischiando un gusto pop che strizza l'occhio alla classifica con un incalzante tempo in stile Sneaker Pimps. No, non c'è traccia di quell gusto onirico e sognante, di quelle atmosfere dilatate e di quei suoni chiaro scuri, il nuovo Mason non ha niente a spartire col suo glorioso passato, ed è proprio questo che in fondo lascia l'amaro in bocca. I 10-12 brani presentati, alla fine, suonano come incompleti, arrangiati alla buona per un live che avrebbe di sicuro guadagnato con una batteria reale, capace di caricare quando ce ne era bisogno, di apporre le giuste sfumature al cantato con fill e stacchi, di seguire la parte vocale nei momenti d'intensità e aiutare il basso a sostenre il ritmo. Ma non prendiamola come una sconfitta, sono sicuro che sul disco ci sarà spazio per quell'amore e attenzione nei suoni che tutti noi ci aspettiamo. Finito il set live parte il set dj. Alan McGee non ha bisogno di presentazioni, è ormai un'icona tanto quanto il compianto John Peel. Creation, Poptones, Oasis, Libertines e chi più ne ha più ne metta. La maggior parte della musica inglese che ha fatto storia, o anche semplicemente scena, è passata attraverso lui. E lui quella sera l'ha riversata nei suoi dischi miscelando sapientemente pezzi ritmati a momenti più calmi (Out of time) ripescando I classici del passato (Strawberry Fields forever) facendoli scontrare/confrontare con quelli dei nostri giorni (She's electric) , spaziando tra l'indie pop più conosciuto e fortunato (Badly Drawn Boy) a quello che in Italia non ha trovato la giusta gloria (Shed Seven, Delgados). La cosa che più ha colpito sono stati però quei pezzi sconosciuti, quei gruppi che nessuno sapeva chi fossero. Molti avevano voglia di andare lì e, a ogni nuovo pezzo che girava nei dischi, chiedere chi fossero, quale fosse il disco, in che periodo è uscito il brano. Ma certo non si poteva andare a turno su quell piccolo podio rialzato dove Alan mixava concentrato e pretendere informazioni e spiegazioni, annotando tutto su carta e penna. A quell punto avremmo fatto prima a mettere il signor McGee sul palco, seduto sullo sgabello e chiedergli di raccontarci un po' di lui. Cazzo! Perchè queste idee mi vengono sempre troppo tardi?!