Amari – Grand Master Mogol

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L’hip hop da videogioco nell’estetica del fancazzismo quotidiano, ovvero l’arte di raccontare storie perfette. Al quarto lavoro gli Amari centrano il punto, anzi l’estetica tutta della Riotmaker, e scusate se è poco: di pop sbagliato si parla e pop sbagliato si ascolti, se poi porta il nome del Gran Maestro autore dei testi di Battisti, tanto di guadagnato poiché raggiunge quasi la perfezione. Che poi, detta così, vuol dire tutto e niente, e sarebbe come affermare che gli Amari abbiano tirato fuori l’ennesimo Gamera o Apotheke (come se poi fosse un male); la verità è che il trio di Udine è riuscito a scavalcarsi entrando dalla porta della cameretta: e no, non si sta parlando del solito gruppo pop con gli strumenti giocattolo che fa tanto intimo manco fosse la versione con la mononucleosi di The Boy Least Likely To, ma di una specie di droga sonora con un punto di partenza tendenzialmente simile al passato (“Bolognina revolution” e “Conoscere gente sul treno”) e un punto d’arrivo totalmente diverso, rintracciabile in tendenze ballabili da far paura – soprattutto nelle linee di basso funk (“Staccaboh” e “Un altro basso di polvere”) – e, in secondo luogo, nelle declinazioni cantautoriali dei testi, vero punto cardine del distacco dall’epopea post hip hop verso lidi s-poetici che tanto colpiscono l’immaginario dell’ascoltatore, che si tratti di una rivoluzione casalinga nel retro della stazione di Bologna o di sarcastici contro-inni alla cultura generazionale (Tremendamente belli). Insomma, si sta parlando di un miracolo; ipse dixit.