West, Kanye – Late registration

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Nell’arco degli ultimi due anni, il suo nome è rapidamente assurto al rango di “stato dell’arte” nel campo della produzione hip hop e soul, nel mainstream come nell’underground, grazie alla tavolozza di suoni messa a disposizione di gente come Jay Z, Alicia Keys e Ludacris, e attraverso un clamoroso disco di debutto come “The college dropout”, lavoro di rara perfezione, giusto a metà guado tra hip hop della West Coast e magniloquenza soul/r’n’B. Ora il redde rationem, bocche spalancate e non certo per gli sbadigli o gli improperi, eccovi “Late registration”. Il suo miglior pregio? Doti da grande sintesista, capace di riappropriarsi delle radici della musica afroamericana degli anni 70 e lucidare queste suggestioni a dovere, rivestendole dell’abito migliore, lustrini hi-tech: nello specifico beats grossi e spessi e mai scontati, ritmiche sempre cangianti, ma servite con innata eleganza e stile. Oltre a omaggiare musicalmente artisti come Gill Scott-Heron e Marvin Gaye, West ne riprende in diverse occasioni le tematiche, la naturale predisposizione per le problematiche politiche e sociali, l’orecchio teso su quello che accade là fuori:una dimensione che purtroppo l’attuale scena hip hop ha totalmente obliato, smarrita tra retorica Gangsta, e disimpegno sessista. Ma Kanye West ha poco in comune con questa scena, non ha mai vissuto nel ghetto, ha studiato ed ha potuto osservare con sguardo distaccato quello che agli altri passava addosso senza che riuscissero anche solo ad accorgersene e a dargli un nome:le dipendenze, gli stravizi, le distrazioni che umiliano e omologano. Prendere la testa delle classifiche e quella degli ascoltatori, parlando loro delle guerriglie fomentate dall’occidente in Africa per destabilizzare la società dei paesi dotati di ingenti risorse naturali al fine di depredarle lasciando questi paesi in uno stato di endemica miseria( “Diamonds from Sierra Leone”), o del servizio sanitario nazionale americano, fonte di umilianti discriminazioni quotidiane( “Roses”,canzone realmente domestica e commovente) e delle droghe, come strumento di controllo delle masse nere( “Crack music”), con testi di non comune delicatezza poetica. Tornando agli aspetti più prettamente musicali, possiamo notare il nostro abbia ridotto al minimo gli effetti speciali, e cerchi meno di risultare originale a tutti i costi: non troviamo più quei bizzarri campionamenti di voci soul velocizzate su basi digitali che ne avevano consacrato lo stile, ad esempio. Di tutto questo non vi è più alcuna necessità:il disegno complessivo è di una tale eleganza, da lasciare esterrefatti solo dopo alcuni ascolti per quanto è naturale, disteso, amico dei sensi. Le ospitate sono ancora una volta da guinness dei primati per prestigio e per cachet, si presume, ma i sodali di Kanye West scompaiono nella trama per immergersi ed arricchirla dall’interno,incantati dal pifferaio magico di Atlanta. Apre le danze “Heard ‘em say”, ed e’immediatamente riuscitissimo gioco di contrasti tra un piano del paese delle meraviglie, e un muscoloso beat che si fa largo a spallate, un numero r’n’b che beneficia del contributo vocale di Levine dei fastidiosi Maroon 5, che qui si guadagna oltre alla pagnotta anche qualche applauso.Ed e’subito un trionfo produttivo. Festa grande di fiati presi di sana pianta da Curtis Mayfield per “Touch the sky”, calda, caldissima salsa chili, funky/hop per grandi e piccini. “Gold digger” campiona Jamie Foxx travestito da Ray Charles ed è un numero blues vecchio di 40 anni, rinvigorito e cingolato, una train song,ma questo treno e’ un TGV, quindi occhio ai binari. “ Drive slow” sarebbe un perfetto numero di Dr.Dre creato apposta per Eninem, ma solo nei nostri migliori sogni, e il ragazzo cattivo di Detroit farebbe bene a rivolgersi a West qualora volesse produrre ancora qualcosa di interessante. Una spirale nera, un confessionale.Semplice,bellissima. Il passo tra trionfi e miserie talvolta è davvero breve. Lo dimostra “Bring Me down”, soul zuccheroso ma non melenso, su base spezzata e cori gospel, che si avvicina pericolosamente a lidi Destiny’s Child, evitandone le secche grazie ad una coltre di suoni spettacolare solo in senso buono. Monili,perle e perline sono disseminate per tutto il resto del disco, che conserva altissima la media nonostante la lunga durata, ma lasciatemi citare per ultima l’incredibile dilatazione Funkadelica di “We Major”, onirica, lisergica e fatata, grazie anche al rapping alterato e scostante di un Nas che vorremmo sempre a questi folli livelli. Notazione finale: il nostro Kanye e’incredibilmente migliorato anche dal punto di vista del rapping, il suo “flow” ha raggiunto livelli di tutto rispetto, e attraverso la sua voce riesce ad esprimere in maniera molto sentita ed efficace quelle sensazioni agrodolci e soffuse, che innervano molte delle sue canzoni. Definitivamente un grande: un disco divertente, colto, multisfaccettato. Un bel corso di recupero per chi ha perso di vista gli ultimi 30 anni di black music e ha finalmente capito a quanta salute stesse rinunciando. La sfida è lanciata: tra poco la risposta degli Outkast. Noi, comodi in poltrona o saltellando felici, ne godremo “ad libitum. Nell’attesa, siamo lieti di poter annunciare al mondo che questo disco ha la grazia della coda di un pavone e di quella di una supernova…. Michele Pinto