The Evens – The Evens

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C’è che una vecchia storia finisce con On The Face Of It e ne inizia un’altra con Sara Lee. Tutto nello stesso disco, soprattutto, fregandosene dell’ordine delle tracce chè non è questo il punto. Soprattutto se si parla di un personaggio come Ian Mckaye. C’è che se nel taschino della giacca hai i ricordi di chi, grazie alla tensione emotiva e alla capacità d’arrangiamento, ha riscritto un intero genere, quando fondi una nuova band queste particolarità te le trovi scritte addosso, anche se la formazione è solo chitarra acustica e batteria. Perché i nervi li avrai sempre tesi e scoperti, soprattutto se con te porti dietro una batterista di chiara ispirazione post punk che picchia come una dannata aggredendo quasi la canzone stessa, mai un silenzio. Poi If It’s Water e You Won’t Feel A Thing ti tradiscono: l’intensità vocale è sempre la stessa, la chitarra macina perennemente riff, stop and go, intrecci armonici al limite dell’isterismo, anche se è tutto acustico, anche se tenti di dare l’anima sixty al tutto. In più Ian Mkckaye riesce a fare tutto quello che era stato negato alla scena prewar folk e cazzate giornalistiche varie: quello di unire un passato folk con il presente. Forse ci sbagliamo a dire che The Evens è stato l’unico per ora a riuscirci, semplicemente scarnificando i Fugazi e aggiungendoci qualche coro, ma è così. Dodici pezzi, dodici capolavori di intensità; con una Sara Lee, un Mckaye e una Amy Farina ancora più ispirati, ancora più straziati, a disegnare, forse, il nuovo corso dell’ennesima band perfetta.