Pelican – The Fire in Our Throats Will Beckon the Thaw

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Chiudere gli occhi e immergersi nella vita non è mai stato così piacevole. Maturi, consapevoli delle raggiunte capacità artistiche i Pelican ci regalano all’improvviso questo stupendo disco. Il fuoco che richiamerà il disgelo, il ghiaccio che si scioglie in tante piccole goccioline lungo il bellissimo booklet semi-trasparente, il rincorrersi di nuvole e stagioni. Chitarre metal e hardcore con una forte tinta sludge, batteria tirata ed esplosiva, continue aperture atmosferiche che sfociano in accelerazioni condite con feedback tipiche di un certo post-core che sfociano in placidi echi di post-rock senza mai sfiorare alcun citazionismo (sintomo di pura classe, dato l’odierno sovraffollamento sulla scena).*
Dopo l’immenso mini “Untitled” e il buono “Australasia” i Pelican mettono una marcia in più, si concentrano sugli arrangiamenti, il suono è così ricco da farli sembrare in dieci o anche più, non c’è mai un momento di stasi, le composizioni godono di un soffio di vita che è catalogabile razionalmente solo sotto la voce: “grandissima ispirazione.”
Da “Last Day of Spring” a “Red Ran Amber” passando per “Autumn into Summer” e la roboante “March to the Sea” non c’è il minimo calo di tono, piacevolissimo lo stacco di “-”, traccia completamente acustica che contribuisce a dare un tocco di novità e un momento di pausa dalle distorsioni temporalesche e dalle ammiccanti dissonanze che chiudono il disco in bellezza con le atmosferiche “Aurora Borealis” e “Sirius”. Senza farci caso ho citato ogni traccia, e la cosa è sintomatica. Uno dei dieci dischi del 2005 a mio parere, il picco compositivo dei Pelican, ragazzi simpaticissimi e disponibilissimi con un’energia e una grinta da far invidia al 90% dei gruppi di tutto il mondo.

*Si ricorre troppo a “post-qualcosa” ultimamente, ma è doveroso per dare un’idea del genere trattato dai suddetti. Sappiate solo che loro vanno ben oltre.