Guignol – Guignol

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Ho visto dal vivo molte volte i Guignol. Ho ascoltato il loro precedente EP ‘Sirene’, e mi era piaciuto molto. Ci siamo incontrati molte volte, e ho seguito, anche se da lontano, le vicissitudini della band e la realizzazione del nuovo disco ‘Guignol’. Ma fino a pochi giorni fa non avevo ancora sentito il disco in questione. Prodotto da Giancarlo Onorato, vecchia conoscenza mia, ma anche del rock più intimo e d’autore italiano, c’è voluto più di un anno per arrivare in fondo a questo progetto (uscito per la Lilium e distribuito dalla Venus) mentre, nel frattempo, la band subisce anche una variazione d’organico che si risolve però con la registrazione del disco da parte della line up precedente.
Il loro è un rock sghembo, acido, venato di blues, figlio di un teatro alla Bertold Brecht: si possono trovare riminiscenze punk, mescolate con le ballads tipiche della scuola di Cave o Waits, ma anche i Television o i Wall of Voodoo, azzardo addirittura un pò i Doors per certi suoni di tastiera, ma anche la tradizione tutta europea della descrizione per immagini talvolta decadenti della vita quotidiana. La voce rasenta la teatralità delle maschere che troverete nel retro-copertina; personaggi oscuri popolano tutti i testi del disco, e le atmosfere cupe che rasentano il decadentismo fanno il resto. Il disco inizia con “Il Branco”, un blues obliquo, oscuro, acido in odor del vecchio Cave e passa per il rock’n’roll di “Danza dell’orso”, dal testo molto esplicito e odierno, la solitudine umana, con l’arrivo immancabile della dama nera. La ballata “Una volta di più”, con un giro di basso ipnotico e un pianoforte inquietante, oscuro che sembra arrivare da una stanza buia li accanto, suonato direttamente da GianCarlo Onorato, precede l’incalzante batteria di “Jamaica’s bar”, che mi fa tornare in mente i Television ai tempi del CBGB’s. C’è una polka, “Festa di Pepe” che sembra presa in prestito al miglior Tom Waits o il Kurt Weil nella migliore forma. Si passa poi a un rock alla Wall of Woodo, “L’ovest da qui”, storia di sfruttamento nella convinzione di aver trovato l’America, la stramaledetta America. La buia, tagliente ballata “Sulla tua testa” lascia col fiato in gola in attesa che qualcuno bussi alla porta per dire di smettere di fare casino.
Le chitarre svisate e acidissime nei riff metropolitani di “Per non lasciare segni”.
Un altro blues inconsueto ci porta verso il finale, Intanto che, con un coro in sottofondo quasi gospel sull’incedere degli strumenti con la storia di solitudine troppo comune ormai nella vita di ogni giorno. Chiude l’incontro una traduzione molto sentita di “Story of Isaac” di L.Cohen, presa in prestito e tradotta da Pier Adduce che la interpreta davvero in modo emozionante e un cover remixata de “Festa di Pepe”.
Strumenti suonati con foga e voglia di farsi male, ci sono suoni vintage di tastiere doorsiane, bassi cupi e chitarre acide, e una voce a tratti nasale quanto basta completa questo bel quadro. Bello questo disco. Un viaggio, strano, oscuro questo ‘Guignol’, ma che vale la pena di fare. Ancora una volta un esempio che si può mescolare del buon rock’n’roll e della poesia insieme.