Scott Walker – The Drift

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In una recensione canonica, fatta con tutti i crismi, il malcapitato di turno incaricato di scrivere qualcosa su un disco dovrebbe parlare un po’ dell’artista, far riferimento a quanto da egli composto, introdurlo se si tratta di un nome nuovo, fare un’analisi approfondita, mantenere un certo distacco e bla, bla, bla… Ma questo, alla fin dei conti, è davvero necessario?
Avrete intuito che, per il disco di cui mi accingo a parlarvi, la risposta è un no, di quelli lapidari e secchi che non ammettono repliche, in perfetta linea con l’opera in questione, quel ‘The Drift’ che segna il ritorno di Scott Walker sulle scene sette anni dopo la soundtrack ‘Pola X’, per la 4AD. Non è neppure molto importante fare paragoni con l’ultima release in studio del ’95, l’acclamato ‘Tilt’, né tantomeno parlare della quarantennale carriera del nostro, per tutte queste cose se volete c’è un’innumerevole possibilità di scelta fra motori di ricerca e riviste di ogni sorta.
No, quello che mi preme è parlare solamente di ‘The Drift’, opera nera per eccellenza, teatro dell’oscurità capace di far rabbrividire anche in questa calda estate 2006. Come potremmo definire un album del genere? Cantautoriale? No, non ci siamo del tutto, benché Scott sia stato e sia tutt’ora un grande cantautore. Industriale e sinfonico allo stesso tempo? Sì, potrebbe andare, con quei rumori agghiaccianti che potrebbero esser stati partoriti da un Blixa Bargeld in preda a delirium tremens, e quelle orchestrazioni di archi e fiati degne di un film horror, ma di quelli di classe, à la “The Haunted” per parlar chiaro, musiche in cui a un certo punto le note partono come fendenti assassini e noi poveri ascoltatori non siamo più quelli di prima… ma no, neanche questo basta. Tom Waits evito di tirarlo in ballo, la storia del crooner e gli infiniti rimandi a ‘Swordfishtrombones’ rischiano solo di farci dimenticare che questo è un album di Scott Walker, anche se sicuramente il paragone è stato un’ottima esca anche per il sottoscritto. Potremmo definirlo… gothic? No, questo no, ormai è un aggettivo troppo male usato che ricorda più clichè da teenager che il vero mood di questo disco.
Ma alla fin dei conti si può davvero definire in qualche modo ‘The Drift’? Forse basterebbe dire che si tratta di un album solido, monumentale, sublimemente agghiacciante. Un biglietto d’ingresso nero come la pece per un recita sconvolgente a cui ci sembra di assistere completamente soli, e della quale non vediamo l’ora che giunga la fine, perché per quanto possa essere magnifico lo spettacolo, i brividi sono troppi e rivedere la luce alla fine è pur sempre bello.