Massive Attack: Karmaroma

In mezzo ad un pubblico variegato forse tanto quanto quello dei Depeche Mode, in una calda serata qualsiasi di Luglio, a Roma suonano i Massive Attack. E’ un po’ il concerto che non ti aspetti, quello che se ti chiedessero “chi vorresti vedere dal vivo?” tu troveresti almeno altre 85 risposte prima di pensare a loro, ma in effetti li ascolti spesso, i loro pezzi più famosi li conosci benissimo, un paio di loro dischi li hai consumati. Quindi vedermeli (e godermeli) è stato un vero piacere. Due batterie ai lati del palco, cinque microfoni piazzati in prima linea, tastiere, chitarra, basso, una rosa di vocalist da far sbavare ampiamente anche uno che i Massive Attack li ha sentiti solo di striscio (come suppongo fosse il 57% del pubblico, forse anche qualcosina in più.); dietro strumenti e musicisti centinaia di lucine compongono disegni, scritte, bandiere, spettri sonori. Sì, la temperatura non invita ad un bagno di folla ma fortunatamente c’è un venticello che contribuisce a rendere vivibile la serata anche nella stretta mischia vicino al palco. Dopo una mezz’oretta di un djset ampiamente prescindibile le luci si spengono di botto, fanno il loro ingresso i protagonisti della serata, parte “False Flags”, traccia inedita apparsa sul recente Best Of, della quale gira anche ultimamente il video in tv. E subito dopo è il turno di “Risingson”, ecco che entra in scena Daddy G con una voce imponente tanto quanto la sua statura: tutto sarebbe perfetto con un paio di tacche di volume in più ai microfoni e il basso a volte meno saturo. Seguono, in ordine sparso, “Teardrop” (lacrime, nel vero senso della parola, con una Liz Frazer ineccepibile nonostante l’ormai non tanto giovine etade), “Futureproof”, “Angel”, “Butterfly Caught”, “Karmacoma”, “Hymn of the Big Wheel” (la prova di Horace Andy è senza dubbio la migliore della serata), “Unfinished Symphaty” (anche qui acuti di Shara Nelson da brivido), “Inertia Creeps”, qualcos’altro che mi scordo, e chiusura clamorosa con “Group Four”, allungata in un crescendo di luci, feedback e orgasmi (un mio amico, lo stesso presente ai Mogwai, è venuto 5 volte. Parole sue.)
Dal vivo ovviamente il sound degli inglesi si fa nettamente più rock, più variegato, meno elettronico e soffuso, con occasionali esplosioni strumentali che spezzano piacevolmente l’incedere del liveset. Suoni perfetti, a parte i piccoli difetti menzionati prima, effetti di luce azzeccati e coinvolgenti, pubblico prevedibilmente ondeggiante per lo più sotto pesanti effetti di sostanze psicoattive, a conti fatti uno tra i cinque concerti migliori dell’anno. La scaletta è perfetta a parte l’assenza di “Special Cases” e “Everywhen”, ma posso assicurare che quasi non se ne sentiva la mancanza, dopo un flusso di emozioni tanto perfetto e ammaliante nel quale ogni pezzo seguiva il precedente con una naturalezza e una spontaneità da veri artisti.

  • ammazza che rosicata!

  • Cosa, il non-essere-venuto (in tutti i sensi)?

    Comunque ho sentito opinioni molto discordanti, gente delusa e che si aspettava di più/altro.
    Boh!

  • e bravo bardiel…sono proprio venuto 5 volte

  • in effetti l'orgasmo multiplo mi manca.. come il non aver mai visto la Frazer insieme ai Massive Attack, ecco.

  • l

  • Ed

    Non poteva esserci Shara Nelson e neanche la Frazier, non collaborano più con i Massive Attack da anni. Probabile che tu ti sia confuso con Yolanda Quanrty e Stephanie Dorsen!
    Comunque immensi Massive!