Kyuss – Blues for the Red Sun

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

Distensione totale… poi un appena abbozzato crescendo, innescato da un riff dai risvolti sublimi e tondi, appena smorzato dal sentore vagamente sinistro della sua timbrica. La scossa tellurica si manifesta puntuale, come una sorta di esemplificazione ideale del concetto di reiterazione continua di un suono. Già, avete proprio colto nel segno, “Thumb” ha da poco avviato l’epopea pulsante di ‘Blues for the Red Sun’, album che sintetizza i tratti distintivi e in qualche modo giustifica (insieme ai due successivi album) l’ottima reputazione di cui gode l’ormai venerato quartetto di Palm Desert, California. Nel mucchio rimane forse solo “Green Machine” a testimonianza del grezzo rock’n roll con accenti quasi garage che caratterizzava il materiale raccolto in Wretch, il loro debutto su Dali Records. Adesso invece, con una tecnica compositiva sicuramente influenzata dalla scelta di suonare con due toni di scarto(!) rispetto al normale, i Kyuss si muovono in una direzione diversa, con accenti molto personali e sentiti, caratterizzata si dalla sacrale contemplazione di grandi spazi aperti (nella fattispecie i deserti californiani, che valsero alla loro musica l’attribuzione del termine desert-rock); ma anche frutto di quel nuovo modo di intendere l’esperienza rock che è l’alternative statunitense allora in grande auge: grande attenzione alla sostanza, in poche parole, ancora prima che all’accuratezza strumentale. E al versante strumentale è appunto tributata una grande importanza, sia in pezzi portanti come nella possente irruenza doom di “Molten Universe” (sorta di brano precursore di “Asteroid” su ‘Sky Valley’), sia laddove esso funge da raccordo o comunque da introduzione tra i brani, come nella gemma acustica “Capsized” o nel rituale sciamanico di “800”. Grande elasticità di temi e idee è invece tangibile in episodi come la straordinaria “Freedom Run”, che trasuda un’ attitudine Seventies che pare filtrata attraverso quello stesso vento desertico che muoveva i quattro fin dal principio, oppure le rimembranze di certo metal ibridato in “Writhe”. Altrove il sonorismo Kyuss si apre in esercizi di neppure tanto velato sperimentalismo, come le strane dinamiche di “50 Millions Years Trip” e “Thong Song” oppure i maligni vocalizzi trainanti “Mondo Generator” ci dimostrano. “Allen’s Wrench” ha invece semplicemente il trasporto e l’efficacia propri di un effettivo cavallo di battaglia. E ora il dolente capitolo stoner: grazie alla loro freschezza e voglia di innovare emancipandosi a priori da ogni tipo di condizionamento di genere, i Kyuss si videro volenti o nolenti (e comunque ad avventura già quasi conclusa) eletti a somma rappresentanza di questo “nuovo” stile. Trovata infelice sia per loro, che dal successivo album muteranno di nuovo le coordinate compositive, sia per i più furbi ed immancabili epigoni: tanto poco ispirati (i recenti e inutili Awesome Machine su tutta la folta schiera che perdura da oltre un decennio), quanto lesti nell’appropriarsi dei tratti distintivi del particolare chitarrismo di Josh Homme e delle caratteristiche linee vocali di John Garcia, banalizzandoli quanto basta da renderli semplici e vacui marchi di fabbrica. Comunque stiano le cose, è sempre meglio far parlare la musica in frangenti come questo. Quindi, se vi sentite pronti, io non posso che augurarvi di perdervi fra i meandri immensi ed immutabili di ‘Blues for the Red Sun’, un disco che si rispecchia fedelmente nella nebulosa informe e in fiamme della sua copertina.