Pearl Jam: Il grunge porta la barba (…e gli dona)

Foderàti tutti qua dentro, nella neonata nippocostruzione della Torino olimpica, non riesco davvero a capire chi siano i nostalgici. Se Loro, i trentenni arrivati grazie ad un’ora di permesso presa dallo studio informatico (la X Generation se l’è mangiata tutta Bill Gates …non lo sapevate?) oppure Noi: a vent’anni già così disperati da dover ripescare i nostri (anti)eroi dal secolo scorso. Neanche il tempo di porsi per bene la questione che già le nostre nichilistissime chiappe sobbalzano all’attacco secco di “Go”. La sequela di pezzi da prima ora in esordio fa pensare che i Pearl Jam stasera condividano la comun condizione di orfani della Flanella. Ma dopo “Elderly Woman…” quello che, in italiano, brinda alla prima data torinese della sua carriera è un altro Eddie Vedder rispetto a quello della leggenda. Stagionati ma buoni come il barbera che continueranno a sorseggiare per l’intero set, i Pearl jam si mostreranno per quei professionisti che sono oggi a più di dieci anni dal fango di Seattle. “Life Wasted” e “Inside Job” aprono e chiudono una lunga parentesi attraverso la quale scorre tutto l’ultimo disco, paro paro a come lo sentivamo nelle nostre camerette: quasi a dire che, fosse per loro, la registrazione digitale potrebbe pure andare a farsi benedire. Effettivamente, rispetto alla versione in studio la precisione è millimetrica, alla facciazza brutta dell’attitudine grunge! L’impressione di risentire il disco è così forte da rasentare l’effetto playback..almeno fino a quando “Do the Evolution” non si decide a dare uno scossone a tutto quanto il palazzetto. Da qui in poi gli eccessi di zelo professionistico svaniscono e, sguinzagliate da ogni sospetto di passatismo, corrono sul palco le bestie più feroci e i momenti più accorati da Ten e Versus. Salutate il vecchio Eddie e le sue urla strozzate, salutate i cori, l’esibizionismo ossigenato di Mc Cready e il Gran ritorno di Lady Marijuana – in locale chiuso: sacrilegio! – Fra promesse commosse e innumerevoli encore, l’ultima metà del concerto è la più goduriosa, e con “Jeremy” e “Black” Torino passa due dei momenti più emozionanti della sua vita sotto il palco. Il tam tam di più di ventimila piedi fa tremare le pareti, e solo il riff salvifico di “Alive” e il rituale collettivo di “Baba O’ Riley” riescono a risparmiare l’Isozaki. Per un attimo, l’impressione che la band stesse timbrando il cartellino, o peggio, promuovendo la sua nuova creazione è stata davvero forte. Ma quando un complesso quasi maggiorenne riesce a pescarti qualsiasi (ma davvero qualsiasi) pezzo del suo repertorio e a farne sul momento un inno alla rabbia di vivere – senza per questo sentirsi in obbligo di rasarsi la barba – allora puoi essere orgoglioso di aver visto i piedi del Rock passare a pochi metri da te. Anche se non calzavano più i Doc Martens…

Le foto presenti non si riferiscono alla data recensita e sono tratte dal sito:http://www.pearljam.com

  • complimenti…gran bella recensione..

  • …promuovere l'ultimo disco suonandolo nota per nota è una mossa da gruppo con le cosiddette "palle"…e se la precisione è millimetrica è perchè vedder e soci quando vogliono sono delle macchinette…alla facca dell'attitudine grunge mai avuta…sono un gruppo rock, punto. forse uno dei pochi, veri, rimasti. altro che u2.

  • gran concerto, e personalmente ho gradito assai la scelta dell'ultimo disco, pieno di bei pezzi (quello che sanno fare da sempre) e di dolce grinta.
    mi ha emozionato anche questo, oltre ovviamente a tutto i resto…
    live band che fa onore alla migliore tradizione di genere.

  • bravo matteogossard…concordo a pieno

  • ascoltare dal vivo nella stessa sera canzoni come jeremy,alive,blood e do the evolution è stata proprio una goduria

  • La + Grande band degli ultimi 20 anni senza obbra di dubbio.