Gentle Giant – Octopus

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Caso strano quello degli inglesi Gentle Giant: poco conosciuti in patria e al contrario innalzati ad eroi del progressive rock anni 70 in Europa. Soprattutto in Italia. Originali, complessi ed estremamente particolari nelle tessiture melodico/armonico, in più notevoli nell’ uso degli incastri vocali (uno dei marchi di fabbrica del gruppo), i Gentle Giant giravano intorno ai fratelli Shulmann e al carismatico tastierista Kerry Minnear, quest’ ultimo uno dei pochi keyboard player dell’ epoca a fare un uso realmente peculiare del moog. I Gentle Giant furono autori di almeno 7 dischi straordinari; scegliamo ‘Octopus’ poiché lo riteniamo il più maturo e rappresentativo del suono della band. Trattasi del quarto album del gruppo, pubblicato nel 1972 per la gloriosa etichetta prog Vertigo, dunque in pieno periodo progressive. ‘Octopus’ è un disco insolito sin dalle sue caratteristiche formali, poiché composto da brani non molto lunghi (si superano i 5 minuti soltanto in un episodio, la conclusiva “River”) eppur estremamente difficili e sofisticati, forse ancor più delle interminabili prog suites di altre bands, mentre un solo brano è interamente strumentale (l’eccellente “The Boys in the band”). Chi mastica progressive sa già che questi sono particolari che sottolineano l’ unicità dello stile Gentle Giant. Ma c’è ovviamente di più. L’ attacco del disco, affidato a “The advent of panurge”, è di quelli che non si dimenticano e mette subito in rilievo lo spirito e lo stile peculiare del gruppo, tra intrecci vocali complessi su bizzarre partiture di pianoforte, moog, chitarra, il tutto sostenuto da una sezione ritmica precisa e colma di groove. Si fa spazio anche un raffinato gusto per certi toni medievaleggianti, evidenziati da particolari partiture di fiati e violino, in special modo in “Raconteur Trobadour” e anche in “Dog’s life”, quest’ ultima maggiormente ricercata nello sviluppo centrale. Altro tipico elemento nell’ economia stilistica e sonora dei Gentle Giant sono le improvvise concessioni all’ hard rock, ben evidenziate su “A cry for everyone”, forte di un bel riff in apertura, il quale lascia comunque il passo alle solite complessità strumentali. Un ottimo esempio delle notevolissime doti vocali del gruppo è ben espresso su “Knots”, in cui si assiste a sovrapposizioni di voci davvero sublimi ed assai intricate, in un brano non facilmente digeribile nell’ immediato ma che rivelerà tutta la sua bontà soltanto dopo qualche tentativo di ascolto approfondito, grazie ai quali si dovrebbero notare anche certe progressioni chitarristiche tipiche dei primi King Crimson. Dopo tanta ricercatezza, è il momento di un brano splendidamente melodico, la raffinata “Think of me with kindness”, in cui sale in cattedra il lato più romantico della band. La conclusiva “The River”, altro gioiello che alterna romanticismo a spettacolari giochi strumentali, chiude un album che ha fatto epoca, uno dei grandi dischi riconosciuti dell’ era progressiva che fornirà spunti infiniti anche per le bands di progressive contemporaneo. Un disco fondamentale ed indispensabile in qualsiasi collezione.