Dylan, Bob – Modern Times

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A volte si ha la noiosa convinzione che se sei un’artista con circa 30/40 anni di carriera alle spalle non puoi non essere un genio e per questo se riesci a fare album nonostante la prostata sei un grande, anche se il più delle volte quello che ne viene fuori pare essere solo un tuo sfizio e una tua faccenda terapeutica per renderti la vecchiaia meno barbosa.
Chi sta dall’altra parte sostiene a giusta ragione che sia un sacrilegio permettersi di screditare l’operato di Master Dylan, ma come in certi casi ama affermare una buona parte di simpatici italiani “Quanno ce vò ce vò!”.
Senza alcuna intenzione di sfatare il mito a nessuno, si ritiene opportuno segnalare che ‘Modern Times’, dal nome facilmente ingannevole, annoierebbe persino il suo mentore Guthrie. Trattasi della solita pappina country-blues a cui ci ha abituati negli ultimi anni, con la sua solita vocina a trombetta da richiamo per le anatre e con rari momenti di illuminazione. Questo Dylan riesce difficilmente a colpirti e pochissime volte ti si attacca al cuore come faceva una volta. E sì che “Thunder On The Mountain” porterebbe a far credere che il vecchietto del Minnesota sia in ottima forma e voglioso di commemorare il blues d’altri tempi. Macchè, con i 7 minuti e 42 secondi di “Spirit On The Water” iniziano i primi segnali di narcolessia, placati fortunatamente dal successivo country svelto e piacevole di “Rollin’ And Tumblin’”.
“When The Deal Goes Down” potrete usarla come colonna sonora per il vostro prossimo pranzo di Natale, gli ospiti gradiranno senza dubbio, ma da “Workingman’s Blues#2” a “Nettie Moore” gli stessi avranno già preso sonno con la faccia dritta nel piatto. Probabilmente riuscirete a svegliarli con “The Levee’s Gonna Break” e “Ain’t Talkin’”, unici spunti interessanti di questo ennesimo lavoro di Bob, ma a questo punto non avrebbe senso e questo forse dovrebbe capirlo anche l’autore. Perlomeno sarebbe meno faticoso per noi continuare a definirlo un genio.