Stone Temple Pilots – Tiny Music… Songs From The Vatican Gift Shop

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

Terzo disco per gli Stone Temple Pilots: dopo un esordio molto derivativo e sulla scia di certe uscite “grunge” (quanti hanno pensato che “Plush” fosse un singolo dei Pearl Jam) e dopo un bellissimo e ispirato ‘Purple’ i cinque di San Diego riescono nell’intento di crearsi una propria personalità. Degli “elegant bachelors” li aveva definiti ironicamente Stephen Malkmus dei Pavement in una sua canzone. Sta di fatto che qui sono proprio così, sembrano meno copie e più “veri”, con tutti i limiti del caso. E la maggior parte delle canzoni prende una dimensione tra l’ironico e l’alternative. Le distorsioni dei fratelli DeLeo sono completamente diverse, l’uso delle chitarre anche. Brendan O’Brian riesce a fare una produzione differente dai suoi standard. “Trippin’ on a hole in a paper heart” è forse l’unico pezzo adiacente all’album precedente ed è splendido. Ma l’evoluzione crea perle niente male: i tre pezzi di fila “Pop’s love sucide”, “Tumble in the rough” e il singolo “Big bang baby” sono micidiali, il triangolo amoroso di “Art school girl” non è affatto male. Peccato per lente ballate con poco smalto come “And so I know” e “Adhesive” e canzoni semplicemente non riuscite come “Ride the cliché”. Scott Weiland (uno al cui confronto Pete Doherty con le sue marachelle jukie è semplicemente un dilettante) fa da mattatore, e qui gli riesce davvero bene. Poteva essere il trampolino per un’evoluzione ulteriore ma il seguente ‘N.4’ si è poi rivelato di una piattezza imbarazzante.