Waits, Tom – Orphans

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Novembre è un mese meraviglioso per far uscire un album di Tom Waits: abbastanza freddo per goderselo e abbastanza distante, tanto dalla baraonda di fine estate quanto da quella che affollerà i grandi magazzini nel Santo Giorno degli alberi e dei lustrini. Del resto non sembrano aver bisogno di troppa compagnia, questi cinquantasei orfanelli sguinzagliati dalla ditta Waits, ordinatamente ripartiti tra Caciaroni, Strilloni e…”bastards”. Negli ultimi giorni di vita di un opulento signorotto, noto ai più come Mercato Discografico, qualcuno non perde l’occasione di sghignazzarci su sbattendo qualche ultimo, maestoso colpo di coda. La mole di Orphans già da sola basta a presentarlo come un mostro rispetto ai suoi simili: nell’epoca dei minutaggi da eiaculatio precox, infatti, qui si sfoggia una resistenza da Mammuth. Centonovanta minuti, per giunta fatti di inediti e rarità, che tengono banco unicamente grazie alla voce del loro creatore, uno dei pochi a poter essere definito “interprete” a pieno titolo. Così i primi due volumi filano “lisci”: l’uno tra strattoni, singhiozzi, convulsioni violente, l’altro fra ballate iniettate di jazz e le solite malinconie per ciucchi persi. Waits si concede il lusso di ficcarci di tutto: dai versi di Kerouac al campionamento dell’ululato di un cane, passando per la colonna sonora dell’ultimo Benigni e per un inno antibellico nuovo di zecca.
E se è l’intero lavoro a non godere di ottima salute mentale, col terzo atto il nostro davvero comincia a leccarsi i baffi: le sue mani mischiano con sapienza Bertold Brecht e il canto dei nani disney, citazioni da Kubrick e i beat-poems fortemente etilici dell’amico Charles Bukowski.
Mischiare sacro e profano, cultura e spazzatura è attualmente ciò che eccita Tom più di ogni altra cosa, e Orphans suona come un enorme monumento alla sua vocazione. Questo sono i suoi orfanelli, i suoi figli di nn. Nessuno dei quali è un “demo” o una versione approssimativa di qualcos’altro. Ognuno di loro è nato per essere quello che è: sia pure un diverso. Sia pure uno storpio.