Pharrell – In My Mind

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Fino ad oggi il signorino si era sottratto, con scientifica (quanto forse involontaria) applicazione ad ogni giudizio definitivo e compiuto. Ci siamo un po’ tutti consumati le mani fino ai gomiti lodandone l’infinita serie di produzioni perfette capaci di dare lustro e dignità artistica ad alcune uscite dei più bolsi simulacri del mainstream pop odierno, da Britney all’altrimenti impresentabile Nelly, senza eccezioni né preclusioni.I Neptunes si sono riempiti le tasche certo, ma hanno anche disegnato scenari sonori che era inverosimile immaginare troneggianti dalle charts di ogni anfratto del globo terracqueo fino a pochi mesi prima. E invece è accaduto. E diciamo la verità: le due uscite a nome N.E.R.D. ci avevano lasciato un po’ di amaro in bocca; spassosissimo l’hi tech-funk del primo dischetto, ma MAI decisivo. Troppo sbilanciato sul crossover hip hop/soul/rock il secondo ‘Fly or Die’, molto fumo e poco arrosto (ciò non toglie che sbaragli ogni concorrenza nel settore, sia chiaro). Ci aspettavamo tuoni, fulmini e saette, l’anima e il sangue e siamo rimasti ad aspettare invano qualcosa che seguisse l’antipasto. Preceduto da una inenarrabile sequenza di rinvii, ecco finalmente sollevarsi il sipario su ‘In My Mind’ che ci mostra un Pharrell finalmente concentrato sulla scrittura, sull’essenza del suono, sull’armonia dietro le cose; con quel suo fare distaccato, proprio di chi ha una profonda autostima, che forse nasconde la fatica, l’applicazione e lo sforzo profuso per dare vita ad una vera e propria giostra di ritmi, colori, fantasie e movimenti. Infiniti ingredienti segreti che solo quest’uomo e pochi altri sanno ricondurre a una contagiosa ed incorreggibile fruibilità pop, che scombussola se analizzata al microscopio e trascina se ascoltate distrattamente dalla tv. Sbalordisce la ricercatezza ritmica, l’estrema finezza degli arrangiamenti che sul più bello piazzano il colpo gobbo, la mazzata definitiva che lascia stesi e senza fiato (vogliamo parlare degli ultrabassi grime e le parentesi mazzate di “You got it like that”, il passo di rumba di “How does it feel”, le arie Motown di “That girl” e l’improbabile falsetto che rende memorabile “Angel”,e la gemma soul/ pop di “Stay with me” da mandare ai posteri con ricevuta di ritorno a Stevie Wonder). Ed è uno spasso, quasi sul finale, vedere i due genietti della black (soltanto?) music contemporanea a confronto: Pharrell e Kanye West in “Number One” (nomen omen), un incontro eccitante come i più memorabili crossover Marvel/Dc e come questi ultimi classico e adorabilmente “prevedibile”. Sull’intera opera (chiudete gli occhi sulla tribaloide “Baby”..) aleggia lo spirito di Prince, in un non luogo dove la psichedelia, il funk e l’electro pop si incontrano e sciolgono le proprie essenze nella tradizione nera del passato e del futuro. Non ultimo, Pharrell si dimostra sopraffino polistrumentista e interprete di notevole spessore ed elasticità; rapping sornione, sofferto crooning e falsetto felino. Una lezione di stile da mandare a memoria. Il paradiso dei sensi, la dannazione del subwoofer. Per qualche lustro almeno non ce ne sarà per nessuno. Lieti di conoscerti davvero, finalmente, signor Williams.