Hiawata! – They Could Have Been Bigger Than Hiawata!

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

La Norvegia è una nazione che ci ha sempre proposto una considerevole schiera di bands appartenenti un po’ a tutti i filoni musicali, dalla scuola pop da classifica ai corsi di recupero retrò rock, dalla cattedra delle elettroniche intelligenti sino alla parrocchia black metal (e mi perdonino panda e pittati in questione per il blasfemo accostamento…), ma chissà per quale strano motivo in campo strettamente indie rock il paese dei fiordi ha sempre pagato un notevole dazio nei confronti degli iperattivi vicini di casa svedesi e finnici. Amici Vichinghi mi suggeriscono che è un problema strettamente legato all’eccessiva frammentazione delle etichette locali che finiscono per non trovare adeguata distribuzione all’estero e al gusto musicale dei giovinastri del posto che paiono supportare tutt’altre scene di riferimento.
Gli Hiawata!, amici di infanzia, si sono formati ad Oslo un paio di annetti fa e da allora hanno registrato qualche canzone giusto per mettersi alla prova e farsi ascoltare da chi di competenza; materiale che certo non doveva essere malvagio visto che ha attirato l’attenzione di diverse labels norvegesi, una delle quali (la Sell Out) non ha esitato a far firmare loro il tanto sospirato contratto. Ora se ne escono con un Ep assolutamente convincente che ne mette in mostra l’estro compositivo e la dirompente sfacciataggine di una proposta che punta prima ancora alle gambe che alla testa. Stilisticamente il loro gustoso power pop potrebbe trovare degna collocazione da qualche parte tra le ultime propaggini Madchester, The Charlatans e gli Stone Roses meno cerebrali, e l’irresistibile pigrizia del Beck di mezzo, quello capace di sbadigliare tra una impennata chitarristica e un battimani. Nme è riuscito a descriverli come un credibile incrocio tra gli Strokes e Belle and Sebastian, ma non seguiremo il periodico britannico nelle sue convulsioni e ci permettiamo soltanto di sottolineare con gaiezza la presenza di uncini melodici, arrangiamenti di gusto folk che al momento giusto arrivano a stemperare la tensione puramente rock, una tastierina d’antan o una melodica che quando meno te la aspetti conferiscono più ampio respiro alla bassa fedeltà perfettamente ricreata. “Dylan McKay” e la flamencata “Tigerqueen” col loro passo deciso sono perfette party songs, ironiche e smaliziate, una mano saluta i Pixies e l’altra i Blur, mentre “Shinning Spinning” e “Handsome Boys Make graves” rappresentano gustose prove di scrittura che non dovrebbero dispiacere a chi aveva riposto speranze nei Libertines ed è rimasto con un palmo di naso. In primavera dovrebbero esordire sulla lunga distanza sempre per la summenzionata etichetta norvegese, per poi lanciarsi dal vivo nei festival estivi di mezza Europa. I presupposti per una brillante carriera ci sono tutti, l’EP è godibilissimo e non c’è una canzone che non meriti di essere messa in repeat. Ci rivedremo presto.