The Books: Lost and Safe

Ci sono stati lunghi momenti in cui mi sembrava d’essere parte integrante di una grandissima installazione audio-visiva. Da un lato il pubblico del teatro, in religioso silenzio, assorto e concentrato a catturare ogni attimo di un live più unico che raro… dall’altro il gigantesco schermo su cui si susseguivano a ritmo ora forsennato, ora cadenzato, tutti i video e le clip messe insieme dal duo, filmati in cui spezzoni anni 80 si mixavano con riprese claustrofobiche, lasciando talvolta spazio a effetti e ripetizioni sincopate. In mezzo a tutto: loro. I The Books, quasi anche loro spettatori involontari di tutto ciò che gli accadeva attorno mentre in realtà con i loro suoni, e i loro fraseggi erano l’anima pulsante (una pulsazione frastagliata a dire il vero) dell’esibizione. Il loro live non è stata la semplice conseguenza promozionale dell’ultimo 'Lost and Safe'. Primo perché il bellissimo terzo lavoro della band è uscito ormai da tempo, secondo perché la loro musica sembra non essere legata alle semplici scadenze delle uscite discografiche e terzo perché la loro musica è come slegata dalle loro stesse composizioni. È musica emozionale e sensazionale, all’avanguardia nelle composizioni e classica nell’esecuzione. L’impatto è stato piacevolmente spiazzante, e molto merito lo hanno anche avuto i patchwork visivi appositamente creati per questa breve serie di concerti. Assistere al concerto è stato davvero “interessante”, questa è la parola più esatta. Al di là della semplice curiosità, dell’occasione impedibile (e quando li ritrovi i Books dal vivo?!) è stato magnetico assistere a un live in cui ad un tratto la musica sembrava comandare i filmati, e improvvisamente si scopre che è viceversa… Nick Zammuto Willscher e Paul De Jong, sono sempre rimasti al centro dello stage, unici elementi assieme al loro piccolo dvd in un palco spoglio e deserto. Uno con la chitarra acustica, l’altro al violoncello elettrico hanno ritagliato e cucito, frammentato e ricomposto, dilaniato e plasmato la loro folktronica in un lunghissimo stream of consciousness che lasciato il pubblico senza parole. Le canzoni sono state reinterpretate, amplificate nel loro lato glitch e, allo stesso tempo, rese ancora più classiche dal tocco accademico di De Jong, che ogni tanto si abbandonava a interventi umoristici che, più che di matrice Sonic Youth (Moore col violoncello? Naaah) erano più “clip” di Boards Of Canada. Per dover di cronaca segnalo che la “scaletta” si è più incentrata sull’ultimo album (“Animated description of Mr. Maps”, “It Never Changes To Stop”, “Smells Like Content”), toccando i pezzi più riconoscibili (perché parlare di famosi mi sembra eccessivo) dei precedenti due lavori. Ma in questi casi è davvero riduttivo parlare di tracklist, di cosa hanno suonato e cosa invece hanno tralasciato, l’importante è stato esserci, essere lì di persona, perché la sensazione che si ha a fine concerto, come di repentino ritorno alla realtà, ti atterraggio improvviso sulla piccola poltrona del teatro, come l’essere risvegliati improvvisamente da un profondo sogno che difficilmente siamo riusciti a mettere a fuoco, pochi concerti riescono a lasciarla.

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