Björk – Volta

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E ci saremo anche un tantino annoiati di ‘sto fanatismo canoro, di ‘sti fiati da transatlantico in partenza e di ‘sti rumorismi da geisha!
Ammettiamo pure che ‘Medulla’ nella sua esasperazione aveva quantomeno colpito per la sua stranezza risultando un’ennesima prova di sperimentazione. Nel suo percorso artistico l’avevamo accettato, storcendo il naso sì, ma continuando a riconoscere lo spessore di un’artista che, anche solo per aver preso a braccetto Patton ci aveva trasmesso un non so che di sicurezza e convinti inconsciamente ad alzare il pollice. Poi un bel giorno decidi che il tuo prossimo disco dovrà essere per metà l’equivalente di una mattonata sullo stomaco, mettendoci dentro tutto ciò che sa di Nippon e lamento e l’altra metà costruita a immagine e somiglianza del più popolare piacione dell’hip hop. Dunque lasci che tra un sitar e un ormai estenuante piagnisteo dei tuoi, Timbaland “Capone” metta le mani sul tuo inconfondibile pop per trasformarlo in merce facilmente praticabile ai saggi di danza di fine anno, magari immaginando di vederci una Furtado o un Timberlake che sgambettano sullo sfondo.
Pesantezza estrema, egocentrismo ripetuto e conclamato, sagra dell’arpeggio da fontanella zen e un Antony Hegarty che in questo contesto non alleggerisce certo la polpetta. Arrivando al dunque ed evitando inutili digressioni cervellotiche, si è talmente irritati che in questo ‘Volta’ risulta estremamente faticoso scovare un barlume d’intelligenza e ripensando a ‘Homogenic’ e ‘Vespertine’ s’intende chiaramente che la strada della genialità è ormai troppo lontana per poterle riconoscere meriti ancora una volta.