Pelican – City of Echoes

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Non si può negare ai Pelican una indubbia fedeltà ai titoli delle loro opere. Laddove ‘The Fire in Our Throats Will Beckon the Thaw’ rifletteva le mille sfumature di una natura in continuo cambiamento, il rincorrersi delle stagioni e il correre delle nuvole nel cielo, questo ‘City of Echoes’ racchiude la distanza e l’assenza di tutto ciò che è stato. Nostalgia dei colori autunnali, spaesamento nelle nebbiose strade cittadine, immediatezza di cemento e vetro e acciaio, confusione delle scie luminose, nervosismi metropolitani costruiti con apparente freddezza attorno all’incredibile capacità di cogliere emozioni con due note. Un disco scritto e arrangiato durante instancabili tratte percorse tra un concerto e l’altro, otto tracce che si asciugano di tutta la componente atmosferica, otto distillati di un passato passato attraverso il filtro dell’immediato, a volte centrando l’obiettivo a volte no: ma l’importante è pur sempre l’esprimersi senza predeterminazione e senza autoindulgenza, no? Indiscutibile l’ambientazione e le atmosfere urbane, i titoli dei pezzi sono una dichiarazione d’intenti precisa e ragionata. I Pelican sono consapevoli dell’irripetibilità di tutto ciò che costituiva il disco (e l’ep) precedente, e l’unica soluzione alternativa ad un lavoro-fotocopia era questa, il cambiare il proprio suono e il proprio stile seguendo il normale cambiamento di sensibilità e ricostruirsi un’immagine utilizzando ingredienti differenti. Dalla prima traccia subito si nota quanto abbiano guadagnato dall’esperienza live. Quando li ho visti, da sotto al palco, mi sono accorto di quanto fossero metal nell’attitudine, di quanto il batterista pestasse duro dieci volte più che su disco; e a quanto pare se ne sono accorti anche loro, tirando fuori un disco che riprende ‘Australasia’ in alcune strutture e che per il resto punta tutto su immediatezza e ruvidezza, su suoni ben delineati e presenti, su un rock strumentale tutto giocato su trame chitarristiche messe in primissimo piano, in un continuo alternarsi di armonie e dissonanze capaci nella loro semplicità apparente di guadagnare punti ascolto dopo ascolto. Quanto è bello arrivare al solido crescendo aperto di “A Delicate Sense of Balance”, solare e soddisfatta traccia di chiusura, dopo quaranta minuti di continui saliscendi emozionali arricchiti (senza ostentazione) da dettagli sommersi da ritmiche in perenne cambiamento e fluide sovrapposizioni strumentali: l’intero è decisamente più della somma delle parti.
Disco anomalo, dritto e complesso, dai contorni nettissimi ma fortunatamente impossibili da racchiudere con definizioni e paragoni. Non lasciatevi scoraggiare dall’impatto non proprio accogliente di “Bliss in Concrete” (forse troppo azzardata come traccia d’apertura) o da inutili paragoni col passato – che non scappa, tranquilli – e godiamoci quest’altra tappa viva e pulsante di un viaggio che si spera durerà ancora a lungo.