Cocorosie – The Adventures of Ghosthorse and Stillborn

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Non siamo tra quelli che ai tempi del debutto si stracciarono le vesti e di superlativi almeno in questo caso ne abbiamo fatto un uso piuttosto parco; che lo si voglia definire un capolavoro o meno ‘La Maison De Mon Reve’ ha segnato in ogni caso un momento importante per un certo modo di concepire e ricostruire il folk di inizio millennio, indubbiamente originale nel suo vagare assorto tra elettronica downtempo, voci diafane e a loro modo naif, teatrini Vaudeville e Tin Pan Alley allestiti sulle fondamenta fumanti dell’Europa degli anni’40. L’idea è che avessero azzeccato il progetto, colto una sottile intuizione ma che a conti fatti non rimanessero canzoni da ricordare e portare ovunque con sé nella valigia dei ricordi. Svanito lo stupore ed esaurita la sorpresa confessiamo di non essere tornati con lo stesso piacere su quel lavoro e gli ascolti dello stesso si sono rapidamente diradati senza troppi rimpianti, né tantomeno il successivo ‘Noah’s Ark’, imbastito sulla stessa formula e con più di qualche crepa nell’ispirazione ci ha convinti a considerarle tra le realtà più interessanti in circolazione. A distanza di tre anni dal debutto è dunque l’ora dell’ambiziosa opera terza delle due sorelline Casady, che senza girarci troppo attorno fallisce clamorosamente l’obiettivo di rinnovare il suono del progetto asciugando gli arrangiamenti dei pezzi e conferendo una veste più sobria, jazzy e mitteleuropea, ma che a conti fatti dimostra una singolare pochezza di idee e soluzioni. Se nell’interpretazione vocale delle nostre il fantasma di Bjork fa capolino un pezzo sì e l’altro pure, occorre far notare come le due ragazze non posseggano né il carisma né l’istrionismo appassionato e sofferto del folletto islandese e che in questo modo quel continuo sussurrare trascinato risulti soltanto stucchevole; l’alternativa al mormorio è un rapping qualunquista e ostentato che non coglie mai davvero nel segno. I suoni eleganti e curati predisposti dalla produzione di Valgeir Sigurdsson ( ownbeats profondi e avvolgenti, pianoforti e organi, microsuoni…) sono fin troppo misurati, facendo piazza pulita di tutto quel “sottobosco cinguettante”, quel pullulare di vita musicale che ci aveva fino ad oggi convinti almeno in parte o quantomeno stuzzicati. Private delle loro “maschere grottesche” e messe di fronte alla canzone nuda e cruda Bianca e Sierra raccolgono sbadigli e irritano a tratti per quel senso di fastidiosa supponenza nei propri mezzi espressivi che di tanto in tanto affiora. L’immagine è quella di una grande bolla colorata, sottile e traslucida, che nel suo librarsi conquista uno sguardo assorto e una manciata di secondi più tardi è svanita nel nulla, solo uno schizzo d’acqua e sapone. Niente di più. Alle signorine urge proprio un tonificante bagno di umiltà.